A proposito dell'idronimo Jassa

Home

Davide Andreotti, erudito cosentino del XIX secolo, nella sua “Storia dei Cosentini” ha scritto che il torrente Jassa, il corso d’acqua che delimita il territorio di Laurignano sul versante Est, fu così detto perché consacrato a Giove, ovvero a Jano, la più importante divinità dei Brettii. Tale affermazione desta però più di una perplessità, ed ha tutta l’aria di essere una rocambolesca forzatura. Perché si basa sulla leggenda e con la storia ha poco o nulla a che vedere; inoltre, non è supportata da alcuna testimonianza o argomentazione credibile.

Le affermazioni dell’Andreotti vanno prese ancora più con le molle se si considera che neppure gli studi più recenti e accreditati sono riusciti a fare piena luce sulla derivazione del nome. Neanche studiosi del calibro di Giovanni Alessio e Gerard Rohlfs hanno potuto stabilire la sicura origine dell’etimo. Per quel che è dato sapere, l’origine del nome Jassa è sconosciuta ed è di difficile individuazione e datazione.

In una recente raccolta di saggi curata da John Trumper, a proposito dell’idronimo Jassa è testualmente riportato: «Jassius: è forse fuorviante il tentativo di spiegare l’idronimo in termini antroponimici». Ed ancora: «la spiegazione va forse al di là dell’osco, cioè nel sostrato pre-ellenico, pre-italico».

            Non sono un esperto di glottologia e mi sono estranei gli studi di toponomastica. Né mi preme infoltire la già nutrita schiera di appassionati amateurs che, pur essendo sprovvisti di una solida cultura di base, si cimentano nel difficile compito di fornire spiegazioni sulla derivazione e datazione di etimi, toponimi e quant’altro, ovvero di invadere il campo della linguistica storica assai indigesto persino ai cultori della materia. Mi limiterò pertanto a qualche osservazione, sperando di suscitare l’interesse intorno ad un settore (la toponomastica) basilare per la conoscenza della storia locale.

è noto che: a) nel corso del tempo il nome di un luogo, di un fiume è soggetto a cambiamenti fonetici e morfologici in accordo con la parlata locale; b) in molti casi l’evoluzione fonetica ha mutato profondamente l’etimo rispetto alla forma originaria; c) a differenza di altre tradizioni, quella della pronunzia dei nomi difficilmente si protrae inalterata nel tempo. Soprattutto nei periodi di decadenza letteraria, i nomi si modificano e si trasformano, rendendo talvolta problematica la loro identificazione originaria.

Il fiume o torrente Jassa, nei secoli, non si è sottratto a questa regola.

Un flumen Aiasse risulta attestato in un documento del 1204, segnalato dal Russo, nel quale si fa riferimento alla concessione da parte di Luca Campano ai monaci Florensi di una località detta tenimento Botrani, in territorio di Paterno. Nel Regesto Vaticano per la Calabria, tra il 1425 e il 1445, lo troviamo attestato come Ayssa, Ayossa e Ayassa. Ancora nel Cinquecento, in alcuni atti notarili, risulta documentato l’idronimo Ayassa. La lettera J in sostituzione del dittongo Ai(y) nelle fonti locali fa la sua apparizione soltanto in Età moderna, per la precisione a partire dal Cinquecento, forse in armonia con l'idioma locale.

Nelle carte medievali conosciute la lettera J non compare. Il toponimo la Jassa designava anche una località posta nell’area del fiume, in territorio di Laurignano, forse attraversata dal tracciato della via Popilia, la consolare romana che costeggiava il fiume per poi snodarsi in altri territori fino a Reggio Calabria. Una proprietà con fichi, ulivi e altri alberi in località Ayassa, confinante con la via pubblica e, nella parte inferiore, con il «flumen dittum Ayassa» compare in un documento notarile del 1535.  A distanza di poco meno di un secolo è registrato invece con il nome attuale Jassa. Nel Liber emortualium della parrocchia di S. Oliverio, il rector Nicola Valentino nel 1720 annotava la morte di un certo «Serafinus Mirabello (...) in rure ubi dicitur la Jassa» e quella di Giovanni Viscardo presso «la Jassa». Anche nel Catasto Onciario di Tessano (1743) detta località ricorre frequentemente. È probabile che, con la comparsa nel volgare degli articoli e delle preposizioni articolate, per identificare la località si sarà potuto dire la Jassa (fonologicamente più complicato pronunciare «la Ayassa») e, successivamente, con il fenomeno di concrezione o di agglutinazione dell’articolo, soltanto Jassa, rimasto in voga per indicare il fiume sino ai giorni nostri. Ma è una semplice congettura e nulla più.

Un torrente denominato, guarda caso, Ayasse, attraversa la valle di Champorcher, nella Valle d'Aosta. Anche gli antichi abitatori di quelle zone - per riprendere la tesi dell’Andreotti - hanno avuto in tempi remoti l'idea di consacrare il corso d'acqua a Giove, ovvero a Jano? Nessuno può dirlo con certezza, anche se di primo acchito questa ipotesi appare improbabile. Ovviamente non sappiamo quale sia stata nei secoli l'evoluzione linguistica, fonetica e grafica dell'idronimo valdostano. Potrebbe avere la stessa origine (incerta) del nostro Jassa, con la sola differenza di aver mantenuto - magari in aderenza con la parlata del posto - l'iniziale Ay, piuttosto che assumere in seguito l'iniziale J.  Anche qui, però, ci muoviamo sul terreno scivoloso delle ipotesi. Olivieri (1965, p. 67), a proposito dell’idronimo valdostano Ayasse ritiene probabile un confronto con la voce dialettale piemontese giàs “luogo da rinserrarvi il gregge (ma propriamente “agghiaccio”). Anche il nostro Jassa deve la sua origine a questa pratica assai diffusa nel microcosmo agro-pastorale laurignanese?     

Non conosco fonti antiche o tardo-antiche nelle quali lo Jassa risulti attestato, mentre in quelle medievali e moderne (anche inedite) il nome del fiume o torrente compare in forme diverse.  A distanza di otto secoli da Aiasse si è trasformato nel definitivo Jassa, passando per Ayasse/a annotato nelle carte quattro-cinquecentesche

In conclusione mi sento di poter affermare che, ad oggi, qualunque sia il nome originario - Jassa o Ayassa/e, ecc. - non è stata ancora accertata inoppugnabilmente la sua derivazione né l'esatta datazione. L’Andreotti, pur meritevole di apprezzamenti, «con la disinvoltura che lo caratterizza[va]» e con le sue «invenzioni di sana pianta» non sempre, purtroppo, si è dimostrato un autore esente da grossolani svarioni. A dirlo non è un modesto (e senza alcun titolo) appassionato di storia locale come chi scrive, ma storici di collaudata competenza (il Russo, per esempio) e di ben acclarata levatura.