Offerte e donazioni «pro anima» in età medievale e moderna

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           A partire dall’anno Mille, l'influenza religiosa e materiale esercitata dalla Chiesa sulla società laica subì una sensibile impennata. Tale influenza permise d'inculcare nei fedeli una morale religiosa centrata sulla nozione di peccato e di penitenza, che culminò alla fine del XII secolo nella «nascita del purgatorio»[1]. Con la nascita del terzo luogo dell’Aldilà ogni cristiano poté anelare alla salvezza eterna, a condizione però di sottoporsi dopo la morte a castighi riparatori, la durata e l'intensità dei quali dipendevano, da un lato, dai meriti personali del defunto (buone e cattive azioni, e pentimento nel momento della morte) e, dall'altro, dai suoi suffragi (messe, preghiere ed elemosine) ai quali congiunti e amici provvedevano per la salvezza. In caso di inadempienza, il morto poteva apparire a un parente o a un amico per reclamare i suffragi di cui aveva bisogno e chiedergli di compiere per lui le opere pie necessarie alla sua salvezza[2]. A rendersi garante del buon funzionamento di questo meccanismo era ovviamente la Chiesa, la quale conferì notevole importanza all'organizzazione della solidarietà tra vivi e morti.
A Laurignano e nel resto del Mezzogiorno rurale, per tutto il Medioevo e fino ai tempi recenti, un diffuso sentimento di insicurezza e precarietà dominava la sensibilità e la mentalità degli uomini, e influenzava gran parte dei loro atteggiamenti. Soprattutto nei momenti di incertezza politica, di grave irrequietezza religiosa e di recessione economica, la mancanza di referenti istituzionali stabili, dovuta all'alternanza al potere di varie dinastie, le crisi demografiche e la fragilità degli orizzonti mentali, alimentavano profonde inquietudini, suscitando in ogni ceto sociale quella che è stata un'ossessione dell'Occidente medievale e moderno: approdare in Paradiso. D'altronde, l'indigenza, l'oppressione, la sofferenza e i tormenti delle anime semplici aumentavano la sete di miracoli e di eventi prodigiosi, stimolando aspettative legate non soltanto al raggiungimento di obiettivi materiali (protezione dalle calamità naturali, buon raccolto, sana figliolanza, ecc.), ma anche e soprattutto al conseguimento della salvezza eterna[3].
A Laurignano e in tutto il circondario regnavano sovrane inquietudine religiosa e prostrazione morale, miseria e malessere sociale. La religione - e tutto il corollario di credenze (superstizioni, pietà popolare, devozione) che ruotava attorno ad essa - occupava uno spazio centrale nella vicenda esistenziale di ogni credente. Salvare l’anima dalla dannazione eterna, l'anelito all’incontro e alla comunione con Dio costituivano gli obiettivi primari della stessa esistenza, ed erano altrettanto importanti come il nutrimento quotidiano.
In questa temperie va inquadrata la «confirmationis et offertionis pro anima»[4] con la quale Orso di Laurignano, nel 1142, «in lecto infirmitatis iacens, sana mente et sincera voluntate»[5], cedette a Stefano, abate di S. Maria della Matina, alcune terre di sua proprietà[6]. I congiunti, presenti e consenzienti, confermarono la donazione.
In quel periodo era in voga il modello liturgico cluniacense, attraverso il quale i monaci assicuravano con le proprie preghiere la salvezza dei nobili benefattori in cambio di pie donazioni di terre, previa approvazione della parentela del defunto (laudatio parentum). Alle sfere ecclesiastiche i possidenti laurignanesi non offrivano soltanto beni immobili. In uno «scriptum concessionis», datato dicembre 1248[7], rogato a Dipignano «in presentia Michaelis de Gemmitanis imperialis iudicis Dipiniani»[8], una certa Sibilla, vedova di Arnone di Laurignano, cedette a Gualtiero da Cosenza i propri diritti su nove giumenti custoditi presso il monastero di S. Angelo di Fringillo[9]. I ceti più poveri, segnati dalla paura e dall'indigenza, più che al destino dell'anima nell'aldilà, rivolgevano le poprie attenzioni al contingente, cioè al problema della sopravvivenza quotidiana, ai pericoli che minacciavano costantemente la loro vita.
La pratica assai diffusa delle donazioni pone in risalto «il ruolo deterrente che la paura della morte imminente e l’ansia di chiudere i conti con Dio con un atto meritorio in extremis ebbero nella società medioevale»[10]. L'ardente desiderio con cui al letto di morte s'invocava l'assoluzione sacerdotale, evidenzia il timore delle pene infernali che investiva tutti gli strati della società, non di meno quegli uomini la cui esistenza era stata contrassegnata dal successo e dal potere[11]. D’altro canto, «i rischi di dannarsi, con l’aiuto del Diavolo, erano così grandi e le prospettive di salvezza così deboli, che la paura vinceva sulla speranza»[12].
L’opera di Alessandro Pratesi (Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini) è un continuo susseguirsi di donazioni «pro anima». In essa emergono nitidamente gli orizzonti mentali e spirituali dei fedeli, dove prevalgono «il senso della caducità della vita, l’anelito alla salvezza e l’esigenza di propiziarsi la felicità eterna con opere pie, ma anche con l’osservanza delle tradizioni ecclesiastiche e delle leggi canoniche»[13].
A Laurignano e dappertutto, la costante preoccupazione di una giustizia insensibile e corrotta, la miseria, il terrore suscitato dall'inferno e dal diavolo tentatore, contribuivano ad alimentare la sensazione di insicurezza e ad inasprire la cupezza della vita. Da questi pericoli non erano immuni neppure i ceti sociali più abbienti: i cambiamenti di fortuna erano all'epoca assai repentini.
Se nel corso del Medioevo in seno all'università il sentimento religioso caratterizzava fortemente la mentalità degli uomini, nei secoli dell'Evo Moderno l’andazzo rimase invariato. Il Purgatorio, le indulgenze, le serie di messe facevano parte integrante della struttura economica che sosteneva la Chiesa. Le donazioni che sul finire del Cinquecento la famiglia De Ruggero elargì a piene mani ai Conventuali Francescani, e che abbiamo notato nelle pagine precedenti, sono al riguardo assai eloquenti. Questi ultimi, attraverso la predicazione e gli exempla, agitando lo spettro della morte, del giudizio individuale del peccatore nel momento del trapasso, le gioie o le tribolazioni dell'aldilà e, alla fine, il Giudizio Universale e la resurrezione dei morti[14], riscuotevano un grande successo, ottenendo dai possidenti laute donazioni.
Ma la generosità della nobile famiglia laurignanese verso i frati eredi di S. Francesco d’Assisi non si limitava soltanto ai beni immobili. Il 16 aprile 1591, un atto del notaio Maugeri, ci dà notizia che Francesco De Ruggero donò alla religione Conventuale la riscossione di alcune gabelle e altri beni[15]. Per «amore Dei», e perché venissero assecondate le proprie istanze salvifiche, i ricchi possidenti di Laurignano si dimostravano verso i Francescani assai munifici. I monaci, dal canto loro, celebravano «misse et altri divini uffici ad honor di Idio»[16]. La munificenza e le donazioni a favore di enti ecclesiastici operate dai De Ruggero, tra l'altro, rientravano nel quadro di un'appariscente manifestazione di mecenatismo sacro, finalizzato al consolidamento del potere locale. Erano anche l'espressione della tradizionale devozione religiosa dei signori. Bronislaw Geremek, a tale riguardo ha scritto che: «La misericordia espressa con l’elemosina e le donazioni a favore delle istituzioni ecclesiali doveva costituire una forma costante di redenzione dei peccati della vita temporale»[17]. Ed ancora: «La grande distribuzione delle elemosine alla porta dei conventi, le fondazioni caritative e le donazioni individuali avevano carattere di ostentazione, assumevano la forma di spettacolo in cui la messa in mostra della propria pietà si associava all’esteriorizzazione del proprio prestigio sociale»[18].
Contrariamente al modello cluniacense, in epoca moderna, il defunto lasciava individualmente, in un testamento autenticato da un notaio, somme in denaro o altri beni destinati a «comprare» il maggior numero possibile di messe in grado di affrettare la sua uscita definitiva dal purgatorio. Da un lato la terra, la liturgia dei monaci, la volontà collettiva della casata aristocratica. Dall'altro la volontà dell'individuo, la funzione del denaro e della borghesia, gli ordini mendicanti e la cosiddetta «contabilità dell'aldilà»[19].
«Sarebbe interessante - scrive Pietro De Leo - approfondire le componenti sociali e i meccanismi mentali che insieme con le motivazioni religiose inducevano i fedeli appartenenti a ogni rango sociale a portare le loro offerte più o meno cospicue ai monasteri di cui si sentivano parte. Come anche la potente carica psicologica che sollecitava gli anonimi fideles a iscrivere i loro nomi accanto a quelli prestigiosi dei fondatori, di solito nobili, potenti e sovrani»[20]. Un fedele assai sensibile dovette essere un tale Antonio De Nicola, il quale, a Laurignano, fu reso felice, da Maria SS.ma Assunta. La base di un incensiere d’argento proveniente verosimilmente dall’antica cappella dell’Assunta, attestata nel Libro delle Sacre Visite del 1684 e segnalata da padre Spagnolo, reca la seguente iscrizione: «C. di M. SS.ma Assunta in cielo di Laurignano f. f. felix Antonius De Nicola»[21]. Nelle chiese di campagna erano frequenti le raffigurazioni degli offerenti, le iscrizioni commemorative e devozionali.
Nel 1590, il possidente laurignanese Marcantonio De Anselmo, nel suo testamento lasciò un tarì per l’estrema unzione e fece due donazioni di 200 e 500 ducati «in favore de la casa del Spirito Santo»[22]. Ma gli aspetti più interessanti delle volontà testamentarie di questo facoltoso esponente della società laurignanese del tardo Cinquecento, di cui le fonti documentarie ci hanno tramandato una spiccata (e non sempre disinteressata) sensibilità verso il soprannaturale e le cose di chiesa, riguardano il suo funerale, per lo svolgimento del quale chiese nel testamento un rituale assai poco comune, per non dire venato di alcune bizzarre stravaganze. Nel documento il notaio dovette scrivere le seguenti parole: «vole che lo corpo suo sia sepellito nella ecclesie de lo Carmino de la Nunciata di Cosenza nella sua cappella et vole che no se habia da sonare altro di la campana grande del Carmino […] et lo corpo suo s’habia a sepellire con lo sacco de la confraternita di S.to Leonardo a una hora de notte senza tavuto, et l’habiano a compagnare li preditti monaci de la Nunciata et confrati di S.to Leonardo et tutti li confrati de detta confraternita di S.to Leonardo»[23].
Gli atti rogati dai notai di Tessano tra il XVII e il XVIII secolo sono zeppi di donazioni e lasciti a chiese, congregazioni, cappelle, rappresentanti del clero. Una certa Isabella Garrapisso, il 5 settembre 1614, dubitando di morire raccomandò la sua anima all’Onnipotente Iddio, alla Vergine Santissima ed a tutti i Santi[24]. Il 13 giugno 1611 Pietro Francesco La Valle nel testamento lasciò alla Congregazione di Tessano 10 ducati; alla cappella dell SS. Rosario 5 ducati; al Monastero delle Cappuccinelle 5 ducati; alla chiesa di S. Giacomo 5 ducati; al reverendo Antonio Iaccino 300 ducati ed una vigna[25]. Nel gennaio del 1614 Aurelia Valentino di Tessano, ammalata di corpo ma sana di mente, temendo di morire, per salvare la propria anima, lasciò alla cappella posta dentro la chiesa di Tessano Serra 10 ducati perché vi si celebrassero due messe la settimana[26]. Vittoria Filosa, il 22 novembre del 1622, alla cappella del S. Crocifisso di S. Mauro lasciò invece 15 carlini e la sua veste di raso rosso[27].
A Laurignano, nel mese di settembre del 1607, Augusto Bonelli, «in loco ditto Santo Liverio […] infirmum corpore sanum mentis […] dubitans de morte» raccomandò l’anima sua a Dio, alla gloriosa Vergine Maria e a tutti i santi. Lasciò 20 carlini per «tanti misse» e raccomandò ai figli Clarice, Giuseppe e Martino di stare «insieme in comune et indiviso in una medesima habitazione unitamente». Inoltre, lasciò scritto che il suo corpo venisse seppellito nella «ecclesie di Santo Liveri»[28].
Il testatore divideva i propri beni tra la Chiesa e i suoi eredi, supplicando questi ultimi di preoccuparsi della sua anima dopo la morte e, per questo di non impugnare le sue donazioni devote. Gli eredi erano spesso tentati di appropriarsi di tutti i beni e di trascurare la memoria del parente defunto. La Chiesa e soprattutto i monasteri ricevevano queste donazioni con l'incarico, da un lato, di pregare per il morto e, dall'altro, di ridistribuire ai poveri una parte dei beni lasciati in eredità.
I poveri beneficiano di una parte delle elemosine. Essi erano considerati una sorta di sostituti terreni del morto in quanto le elemosine, che venivano loro offerte, facevano parte dei «suffragi» atti a favorire la salvezza dei defunti. Nutrire materialmente i poveri corrispondeva a «nutrire» simbolicamente, con preghiere, l'anima in pena del donatore che è morto[29]. La generosità con la quale Caterina Sersale, nel 1569, attraverso il suo testamento, lasciò duecento ducati ai poveri di Laurignano e venti libbre di cera alla chiesa di S. Oliverio, reca indubbiamente i connotati qui appena descritti[30].
La pratica della carità a favore della Chiesa e degli indigenti, le opere di misericordia e le donazioni, la restituzione post mortem della ricchezza accumulata in malo lodo assicuravano la salvezza, e il testamento divenne il passaporto per il Cielo. Senza lo sforzo di cogliere nella salvezza dell'anima e nella paura dell'Inferno le ossessioni che tormentavano gli uomini medievali, non potremo mai capire la loro mentalità.   
In epoca moderna, le famiglie più agiate di Laurignano non mostravano la loro munificenza soltanto nei riguardi degli ordini mendicanti che gravitavano in loco o verso i tanti poveri cristi e indigenti che vivacchiavano nel contado. Erano munifici anche verso la Santa Sede. Giovanni de Mentano di Napoli, commissario della Reverenda Fabbrica di S. Pietro di Roma, nel 1584 ricevette il pagamento di 40 ducati da Goffredo De Ruggero provenienti in parte dal legato testamentario di Caterina Sersale, la quale fece quietanza al De Ruggero. Pompeo De Matera pagò nell'occasione cinque ducati a Goffredo per il commissario della stessa Reverenda Fabbrica[31].
Non è dato sapere, in questo caso, se la donazione fu una libera scelta oppure un'odiosa imposizione calata dall'alto.

[1] C. Schmitt, Spiriti e fantasmi nella società medievale, Bari 1995, p. 8, cita J. Le Goff, La nascita del purgatorio, Torino 1982.
[2] Ibidem, p. 8
[3] P. Dalena, Ambiti territoriali...cit., p. 206
[4] A. Pratesi, op. cit.,  p. 35
[5] Ivi, pp. 35-36.
[6] Ivi, pp. 35-36
[7] A. Pratesi, op. cit., p. 417
[8] Ivi, p. 418
[9] Ivi, p. 417
[10] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., p. 149
[11] J. Burckhardt, op. cit., p. 343
[12] J. Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale…cit., p. 349
[13] P. De Leo, Una diocesi tra due imperi…cit., p. 64
[14] J. C. Schmitt, Spiriti e fantasmi nella società medievale, Bari 1995, p. 169
[15] ASCS, notaio Maugeri, anno 1591, sch. 21
[16] Ivi
[17] B. Geremek, op. cit., p. 12
[18] Ivi, p. 15
[19] La citazione è in J. C. Schmitt, Spiriti e fantasmi...cit., p. 170
[20] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., p. 149
[21] M. Spagnolo, op. cit., pp. 44-45
[22] ASCS, notaio Del Giudice, anno 1590, sch. 36
[23] Ivi
[24] S. Brich, Regesto dei notai…cit., p. 80
[25] Ivi, p. 13
[26] Ibidem, p. 41
[27] Ivi, p. 99
[28] ASCS, notaio Maugeri, anno 1607, sch. 298v
[29] J. C. Schmitt, Spiriti e fantasmi...cit., pp. 46-47
[30] ASCS, notaio Giordano, anno 1569, sch. 862
[31] ASCS, notaio Plantedi, anno 1584, sch. 322