Margherita Conchi

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Esperienze monastiche al femminile: la badessa Margherita 
Il fenomeno monacale maschile nel Mezzogiorno d'Italia – sia di origine grecanica che di matrice latina – ha conosciuto stagioni di fecondi contributi e approfondite indagini[1]. Non altrettanto si può dire per quello femminile, la cui storia – ha ben osservato il Russo – soprattutto per quanto riguarda la Calabria, «è pochissimo conosciuta»[2]. Questo deficit storiografico, legato alla carenza di tracce documentarie, è strettamente connesso con la vita stessa delle monache, la cui vicenda esistenziale, in particolare durante il Medioevo, si consumava esclusivamente all'ombra del chiostro, senza contatti con il mondo esterno. Gli ordini femminili, infatti, erano tutti di clausura, anche quando i corrispondenti ordini maschili non lo erano[3].
Questa difficoltà a cogliere gli aspetti salienti dell'esperienza claustrale all'interno del conventus monialium ha contribuito non poco alla fioritura di «pungenti e talora poco edificanti risvolti osés»[4] intorno all'universo monastico femminile, alimentati anche da un negativo quanto fortunato cliché letterario e cinematografico, secondo cui «le monache sarebbero protagoniste di storielle salaci e piccanti, di vicende torbide e passionali»[5].
Ma in questa sede non è lo stereotipo della «finta monacella»[6] peccaminosa il tema su cui vogliamo incentrare l'attenzione, quanto piuttosto su una serie di attestazioni concernenti la trama di relazioni tra i monasteri femminili di Cosenza e delle zone limitrofe con il territorio di Laurignano e con alcuni potentes laurignanesi del XVI secolo. Ci preme in particolare soffermarci sulle scarne ma significative notizie riferite ad un personaggio di spicco nella gerarchia ecclesiastica del tardo Quattrocento cosentino: la badessa cistercense Margherita Conchi di Laurignano.
In via preliminare riteniamo utile sottolineare che il monachesimo femminile latino, introdotto in Calabria dai Normanni, non conobbe mai uno sviluppo adeguato[7]. Non a caso, i coenobia puellarum di Cosenza e dintorni cui le fonti riportano notizie sicure sono pochi. Tra questi il citato monastero florense di S. Maria dei Martiri (o della Fontanella) di Mendicino, attestato nelle fonti documentarie agli inizi del XIII secolo, il quale, secondo le notizie di dubbia veridicità riportate nelle pagine precedenti, avrebbe segnato profondamente la vicenda religiosa laurignanese del XIII e dei secoli a venire. Una serie documenti inoppugnabili ci ragguaglia invece sull'intreccio di interessi tra i monasteri della Motta e delle Vergini e il territorio di Laurignano, nel periodo compreso tra la seconda metà del XV secolo e per tutto il Cinquecento.
Nel 1491 papa Innocenzo VIII dette incarico all'abate di S. Giovanni in Fiore di confermare Antonia d’Orlando, badessa di S. Maria della Motta, per privazione della badessa Margherita Conchi di Laurignano, che ormai aveva raggiunto gli 80 anni[8]. Le scarne e frammentarie notizie a disposizione non ci consentono di delineare il profilo umano di questo personaggio, su come ella attendesse all'ufficio abbaziale, sui rapporti che intrattenne con il potere esterno e con le consorelle, il cenobio nel quale prese i voti solenni del noviziato e, soprattutto, se tra le tappe della sua scalata al vertice della gerarchia monastica vi sia stata la permanenza in qualche monastero femminile presente a Laurignano. Gli anziani del paese raccontano della presenza di un «convento di monache» nella località denominata Turra ‘e Surici. Al presente, però, questa notizia, giunta oralmente sino ai nostri giorni, non è suffragata da prove storicamente attendibili.
Come semplice indizio a supporto della tradizione possiamo dire che, la designazione della badessa, in caso di dissidi interni insanabili tra opposte fazioni e tra il ristretto numero delle aventi diritto, veniva effettuata ricorrendo «direttamente o per viam compromissi a postulare l'elezione di una religiosa forestiera. Il che ovviamente è testimonianza attendibile di rapporti frequenti e di reciproca conoscenza tra monasteri»[9]. Margherita fu messa a capo del monastero della Motta il 16 giugno 1465, in seguito alla morte di Caterina di Castiglione[10].
Purtroppo, la mancanza di tracce documentarie non ci dà la possibilità di chiarire se l'appellativo toponomastico «di Laurignano» debba essere ricondotto al fatto che la badessa maturò la sua esperienza in qualche piccolo cenobio attivo sul territorio laurignanese oppure alla provenienza dal luogo natio. Nella cospicua mole di documenti notarili concernenti la compravendita di proprietà terriere e case concentrate nella zona tra la chiesa di S. Laverio e il Casalicchio – che tra il XVI e il XVII secolo costituiva il nucleo abitativo del casale – non si fa alcun riferimento a monache o monasteri femminili. Le annotazioni di Vera von Falkenhausen, cioè che «le ragioni di sicurezza e di decenza [...] interdivano alle donne di ritirarsi in un romitaggio solitario, come invece avveniva per gli uomini»[11], lasciano supporre che sul territorio non vi fossero conventi femminili, almeno in prossimità del centro abitato e a partire dalla seconda metà del XVI secolo in poi.
Sul piano generale, sappiamo per certo che alla badessa regolarmente eletta e consacrata spettava la piena giurisdizione esterna sul monastero; ella aveva inoltre un ruolo quasi sacramentale circa la remissione delle colpe meno gravi e palesi; attendeva alle decisioni se accogliere o meno le postulanti, se dare parere positivo o negativo per i voti solenni delle novizie[12]. La designazione a questo importante ufficio significava per la prescelta il coronamento delle proprie aspirazioni, l’acquisizione di un'aura di sacralità, un prestigio e un potere che travalicavano le mura protette del monastero. Talora, come abbiamo notato, era il papa stesso ad interferire nella conferma o consacrazione della figura centrale in seno al monastero. Le badesse, inoltre, erano normalmente alfabetizzate, a differenza delle monache, le quali si qualificavano il più delle volte scribere nescientes[13].
«La scelta dell'abbadessa – scrive Pietro De Leo – costituì sempre un momento di capitale importanza nella vita dei monasteri. Ciò del resto si comprende se si tien conto di quanti e quali interessi gravitassero intorno a tali istituzioni e degli enormi rischi che si accollavano inoltre le monache vocali nel designare una loro consorella ad un ufficio a vita, che spesso si dimostrava fermamente longevo»[14]. La veneranda età di Margherita – inusuale e straordinaria per quei tempi – ne è una conferma. Infatti, nella bolla di Alessandro VI del 10 ottobre 1500, 35 anni più tardi, si legge che dietro richiesta della badessa Margherita, «senio confracta et aetate decrepita», le venne concessa come ausiliatrice Marta Falvari[15].
La lunga permanenza alla guida del monastero costituisce un indizio assai significativo riguardo al fatto che tra Margherita e le alte sfere ecclesiastiche corresse buon sangue. Del resto, «i rapporti dei monasteri femminili con la Sede apostolica e con l'autorità sovrana furono di solito improntati a grande rispetto. Al pontefice ricorrevano i monasteri esenti per la conferma e per la consacrazione della abbadessa, per vedere tutelati i propri diritti soprattutto in sede giurisdizionale, come si rivolgevano al sovrano per la salvaguardia dei loro interessi temporali, sui quali i potentes locali tentavano di interferire, ingerendosi talora nella stessa vita interna delle claustrali»[16].
Se per il periodo medievale l'avarizia delle fonti non ci consente di indagare puntualmente sull'organizzazione della vita claustrale e sulle consuetudini proprie del cenobio, l'Evo Moderno ci offre qualche riferimento più preciso. Intorno al 1515, a Cosenza, fu fondato il monastero cistercense femminile, detto delle Vergini, il quale assorbì i due cenobi di S. Maria della Motta, delle benedettine, e di S. Maria della Fontanella, di Mendicino, florense[17]. In un manoscritto conservato presso la Biblioteca Civica della città bruzia è riportato testualmente: «Benché nella nostra città stati vi fussero due monasteri di monache, l'uno di S. Maria della Motta, chiamato di Suso, dove poi vi furono posti li PP. Capucini, e l'altro di S. Maria Domini Egidii, questi per la pochezza delle entrate poi furono incorporati, essendo ambidue Cisterciensis ordinis, con quello di S. Maria delle Fontanelle dell'ordine di S. Benedetto [era florense] sito nel territorio di Mendicino: e si fondò in Cosenza un solo Cisterciensis ordinis, sotto il titolo di S. Maria delle Vergini nell'anno 1515, sotto dell'arcivescovo Ruffo»[18].
I tre monasteri, in epoche diverse e a vario titolo, hanno avuto legami con Laurignano. Riguardo ai rapporti tra il monastero di Mendicino, come già sottolineato, il ricorso al condizionale e alla cautela è d'obbligo, mentre per quanto concerne gli altri due le fonti documentarie – anche se esigue e disarticolate – ci forniscono notizie sicure e assai preziose.
Da un documento del notaio Plantedi del 1587 rileviamo il nome di alcune delle religiose professe che vivevano nel monastero delle Vergini di Cosenza. Tra queste figurano l’abbadessa Adriana Sersale (?), Jacoba Bombini, Bernardina Ricca, Dorotea De Ruggero, Benedetta e Maria Telesio, Antonia Dattilo, Diana De Matera, Lucrezia Passalacqua, Francesca Greco, Maria Toscano, Costanza Cicala, rappresentanti delle famiglie tra le più in vista dell'epoca[19]. La famiglia De Ruggero, insieme a quella dei De Florio, era la più facoltosa e potente della Laurignano del XVI secolo. I nomi di queste professe mettono in evidenza «il ruolo della velatio come secondo battesimo con l'assunzione di un nome nuovo, ispiratore di un modello di vita»[20]. Benedetta, Margherita, Francesca, Maria, Bernardina sono nomi familiari e richiamano alla mente figure ben note di sante e santi. È probabile che la badessa Margherita, nell’acquisizione del nuovo nome, si sia ispirata a Margherita di Antiochia, venerata in oriente e in occidente tra i santi cosiddetti ausiliatori[21].
Dovendo provvedere ad una gestione autarchica e di autosostentamento, i monasteri possedevano tutta una serie di «officine»: dal forno al pollaio, dalla stalla all'ovile, dal mulino al frantoio, dal palmento alla sartoria, a cui erano assicurate forza e braccia adeguate e intorno alle quali ruotava buona parte della giornata delle monache laborantes[22]. Possedevano inoltre proprietà terriere, che concedevano in enfiteusi. Le terre concesse a censo enfiteutico erano generalmente lotti adibiti per lo più alla produzione cerealicola, della vite, del gelso, delle olive. In genere, questo tipo di contratto era stipulato tra un privato e un ente ecclesiastico. La censuazione enfiteutica, nei secoli dell’Età Moderna, rappresentava il perno centrale dell’economia delle nostre contrade.
Diverse attestazioni notarili della seconda metà del Cinquecento, ci danno la conferma dei rapporti esistenti tra i possidenti laurignanesi e il monastero delle Vergini di Cosenza. In un atto del 26 agosto 1577 è riportata la notizia di una contrattazione tra l'abbadessa di detto monastero e il nobile Goffredo De Ruggero di Laurignano per il fitto o la vendita di un coschino in località Deodato, nel territorio di Donnici[23].   Dieci anni più tardi, nel 1587, risulta che il «m.co giò Domenico [De Florio] haversi pigliato in censo perpetuo pezo di terra di detto monasterio [delle Vergini] loco ditto la Stocta e la terra di S.to Joane [località entrambe presenti nell’attuale toponomastica di Laurignano]». Con il ricavato del fitto detto monastero avrebbe riparato e comperato un mulino lungo il fiume Busento, in comune con il monastero di Santa Chiara della stessa città[24]. Un altro documento del 1589 ci dà la conferma che il monastero possedeva un castagneto nel territorio di Donnici, confinante con la proprietà del nobile laurignanese Goffredo De Ruggero, il dominus loci dell’epoca[25]. In un altro atto notarile del 1592 Mercurio, Domenico e Goffredo De Ruggero figurano a vario titolo come debitori dell’abbadessa del monastero cosentino. Il debito consisteva nel pagamento di denaro, per il censo di una proprietà di Donnici, detta la Scagliola, e di «stuppelli di grano biancho», per lo sfruttamento de «la calci di la carcara» sita nel territorio di Laurignano[26]. Non deve destare meraviglia il fatto che badesse e monache gestissero feudi e proprietà alla stregua dei vari potentes laici. Era, questo, un segno dei tempi, «che non va rapportato a parametri ecclesiologici contemporanei, che esaltano il primato dei consigli evangelici»[27].
Ma chi erano i soggetti destinati al chiostro? Le giovani donne appartenenti alle famiglie più agiate e benestanti – quelle del patriziato e della nobiltà in grado di pagare una dote – riempivano i pochi monasteri femminili di Cosenza e del circondario. Le classi più elevate potevano più facilmente reclamare il privilegio di un asilo umano e utile per le loro figlie superflue. Collocare permanentemente le ragazze nella comunità religiosa costituiva una strumento per controllare la dispersione delle ricchezze di famiglia[28]. L’ombra protettiva del chiostro non sempre appagava i desideri delle novizie. Non potendo godere degli stessi privilegi dei primogeniti maschi la maggior parte di esse, abbandonato il secolo, indossavano la tonaca più per costrizione che non per vocazione. I genitori le relegavano al riparo dal mondo trascurandole e quasi dimenticandosene: Gesù era il genero ideale.
Il monastero delle Cappuccinelle della vicina Tessano, che fu aperto nel 1605[29] e designato quale sede di noviziato, tra la seconda metà del XVII e la prima metà del XVIII secolo accolse numerose educande e novizie delle famiglie più agiate della zona e del circondario. I documenti studiati da Saverio Brich ci offrono puntuali ragguagli sull’organizzazione del monastero. Da alcuni atti si evince che per accedervi e prendere i voti bisognava versare una dote in denaro, anche fino a 150 ducati, la quale veniva spesso utilizzata per la concessione di prestiti e per lo svolgimento di numerose attività di natura economica[30].
Come già osservato in precedenza, al presente, nessuna testimonianza credibile ci dà conferma della presenza di monasteri femminili nel contado laurignanese. Risulta abbastanza documentata, al contrario, sul finire del Cinquecento, la presenza degli Ordini mendicanti - Conventuali Francescani in primis – i quali irruppero prepotentemente sul proscenio della storia laurignanese con i loro monasteri e con la loro predicazione itinerante. Gli eredi di Francesco d'Assisi e, in misura minore, Carmelitani e Domenicani, alleviarono con un soffio di aria nuova le vicende tormentate del casale, rinfrancando lo spirito di quelle anime inquiete e semplici che lo popolavano. Il loro passaggio sul suolo laurignanese, ancora oggi, è testimoniato da segni tangibili come le antiche vestigia dei monasteri della Stozza e della località Turra ' e Santi, i quali versano nel più totale abbandono e che rappresentano una ferita insultante inferta al territorio e alla storia, una chiamata di correo per le nostre coscienze.

[1] Si vedano al riguardo i contributi fondamentali di V. von Falkenhausen, C. D. Fonseca, G. Vitolo, P. De Leo, F. Russo e altri studiosi.
[2] F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria…cit., p. 643
[3] M. L. King, La donna del Rinascimento, in L’uomo del Rinascimento, a cura di E. Garin, Bari 1995, p. 300
[4] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale. Istituzioni, società, mentalità, Soveria Mannelli 1984, p. 17
[5] Ibidem, p. 18
[6] Ibidem, p. 17, nota 1
[7] F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria…cit., p. 644
[8] RVC, Reg. Lat. nr. 838, f. 313
[9] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., p. 47
[10] RVC, Reg. Lat. nr. 838, f. 313
[11] V. Von Falkenhausen, I monasteri greci dell'Italia meridionale e della Sicilia dopo l'avvento dei Normanni: continuità e mutamenti, in Il passaggio dal dominio bizantino allo stato normanno nell'Italia meridionale, Atti del Secondo Convegno Internazionale di studi sulla Civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d'Italia, a cura di C. D. Fonseca, Taranto 1977, p. 204
[12] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., p. 49
[13] Ibidem, p. 48
[14] Ibidem, p. 46
[15] RVC, Reg. Vat. nr. 11818, 11821
[16] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., pp. 40-41
[17] F. Russo, Storia della Arcidiocesi...cit., p. 134
[18] Dell'inedita Cronaca detta «del Bosco»: ms Bibl. Civ. Cosenza s. segn. (c 74 r/v), in P. De Leo, Certosini e Cisterciensi...cit., p. 218
[19] ASCS, notaio Plantedi, anno 1587, sch. 124v-126
[20] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., p. 50
[21] Ibidem, p. 51
[22] Ibidem, p. 50
[23] ASCS, notaio Plantedi, anno 1577, sch. 1135
[24] ASCS, notaio Plantedi, anno 1587, sch. 124v-126
[25] ASCS, notaio Plantedi, anno 1589, sch. 41
[26] Ibidem
[27] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., p. 44
[28] M. L. King, La donna del Rinascimento...cit., p. 296
[29] F. Russo, Storia dell’Arcidiocesi…cit., p. 489
[30] Si veda S. Brich, Monastero Cappuccinelle Tessano-Cosenza. Appunti storici, Veglie 1984.