Nei decenni a cavallo tra il primo e il
secondo millennio un misto di timori e di speranze, di sogni e di
aspettative pervase gli uomini che si muovevano e agivano entro i
confini della cristianità. All'angosciosa paura di un’apocalittica fine
dei tempi subentrò un sentimento diffuso di rinnovata fiducia, e la
voglia di rinascere a nuova vita. «L'umanità – ha scritto il monaco
cluniacense Rodolfo il Glabro – si riscosse dall’agonia e riprese
vivere, a lavorare, a edificare: a edificare in primo luogo le chiese di
Dio»[1]; un «bianco mantello» si distese sull’Europa cristiana, e
dappertutto ci fu una fioritura rigogliosa di culti, ordini monastici,
monasteri, luoghi d’accoglienza, opere pie. Le chiese più importanti
delle sedi episcopali e dei monasteri, come le piccole cappelle dei
villaggi più sperduti – consacrate ad ogni sorta di santi – furono
abbellite e rese più decorose. A questa intensa attività materiale si
accompagnò una notevole effervescenza sul piano psicologico e
religioso[2]. Le popolazioni costruirono la loro identità intorno alla
parrocchia, che divenne il segno distintivo dell’appartenenza a un
determinato territorio, oltre che istituzione basilare per la cura
animarum dei fedeli.
Il contado dell'attuale Laurignano – prossimo alla città di Cosenza e
attraversato dalla via Popilia – non rimase estraneo a questo
rinnovamento spirituale «che investì dalle fondamenta tutta la società
europea»[3]. Un reticolo capillare di luoghi pii e parrocchie rurali
disseminate sul territorio, attestate sin dal ‘400 ma sorte
verosimilmente in epoche precedenti, attendeva al sollievo spirituale
dei fedeli, un massa composta in gran parte dalla categoria sociale dei
laboratores, rustici e contadini che vivevano nella più completa
ignoranza e indigenza, legati al proprius sacerdos dall'obbligo della
confessione e della comunione eucaristica, secondo i dettami sanciti dal
Concilio Lateranense IV (1215).
A determinare un radicale cambiamento della cura animarum nel suo
insieme concorsero diversi fattori, a cominciare dall'incremento
demografico, in crescita costante almeno fino al XIV secolo. Dopo il
Mille, uomini e donne cominciarono a muoversi con maggiore intensità,
dando vita a dinamiche insediative e di popolamento che mutarono
profondamente l'habitat delle città e delle campagne. Conseguentemente
aumentò la domanda religiosa dei fedeli, per rispondere alla quale la
Chiesa si adoperò attraverso un servizio pastorale diffuso
capillarmente. Naturale conseguenza di questo stato di cose fu appunto
l'incremento delle parrocchie. Semplici cappellae acquisirono le
funzioni della cura d'anime, affrancandosi gradualmente dalla soggezione
alla chiesa-madre, fino all'ottenimento della prerogativa battesimale.
Purtroppo, per quanto concerne Laurignano, i secoli centrali del
Medioevo sono caratterizzati dalla totale mancanza di tracce
documentarie, che rende impossibile il compito di delineare o soltanto
abbozzare l'organizzazione parrocchiale nella contrada. Sul piano
generale sappiamo che l'istituzione parrocchiale acquisì una consistenza
vera e propria tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, «allorché
divenne per i fedeli una struttura di inquadramento pastorale»[4],
attraverso la distribuzione dei sacramenti, il controllo della pratica
religiosa e della moralità dei parrocchiani. Prima di allora le
parrocchie rurali erano pressoché inesistenti.
Nelle nostre contrade la loro nascita va messa forse in relazione con il
consolidamento della monarchia normanna alla guida del Regnum Siciliae e
a seguito della cosiddetta riforma gregoriana, quando con i favori della
Sede Apostolica i Normanni imposero un’organizzazione della rete
parrocchiale funzionale al controllo delle popolazioni. La gerarchia
ecclesiastica, rappresentata da comunità monastiche e canonicali, venne
riconosciuta, così come pure l'autorità del signore del luogo,
patrocinatore delle chiese con prerogative parrocchiali e delegato alla
nomina degli officianti. Il vescovo, trovandosi spesso
nell'impossibilità di contrastare i potentati locali, rinunciava ai
diritti materiali e alla nomina dei sacerdoti, pur di mantenere la
pretesa di una prevalenza a livello disciplinare. Non era pertanto
infrequente vedere parrocchie gestite in regime di condominium da laici
e chierici.
I concili lateranensi stabilirono alcune norme canoniche riguardo al
funzionamento della parrocchia, ma per tutto il Medioevo si può dire che
l'organizzazione parrocchiale fu tutt'altro che ben delineata. Alla
normalizzazione dell'istituzione parrocchiale contribuì sensibilmente la
riforma del concilio Tridentino (1545-1563), quando la valenza
territoriale della parrocchia venne rimarcata. Il concilio stabilì
inoltre la divisione del territorio ecclesiastico e l'assegnazione d'un
proprio pastore per ogni singola comunità. La definizione del territorio
parrocchiale fissava i limiti entro i quali gli abitanti erano
considerati ufficialmente filii di una chiesa che amministrava i
sacramenti, educava alla fede, controllava i comportamenti morali e
religiosi dei fedeli.
La prima testimonianza sicura di una chiesa parrocchiale a Laurignano
rimonta al 7 gennaio del 1400, intitolata a S. Lorenzo. Nel documento è
scritto che il canonico cosentino Salvatore di Arcavacata ricevette il
beneficio di due porzioni della chiesa parrocchiale di «S. Laurentii
Lauriniano»[5]. Purtroppo, il documento pervenutoci dalla Cancelleria
Vaticana non ci consente di chiarire le origini della parrocchia né la
sua localizzazione sul territorio. Ciò che possiamo affermare con
certezza è che al pari della maggior parte delle parrocchie dell'epoca
anche questa era divisa in porzioni, secondo una prassi canonica
certamente non avallata dalla normativa del Lateranense IV[6] e
risalente forse all’epoca in cui anche le diocesi del Brutium furono
soggette al patriarcato di Costantinopoli[7].
La situazione delle parrocchie laurignanesi nella prima metà del XV
secolo riflette fedelmente il quadro generale della Chiesa calabrese di
quel periodo, invischiata in un marasma istituzionale e un disordine
disciplinare che favoriva atteggiamenti estranei all’ardore evangelico e
quell’anelito spirituale e cultuale con il quale il monachesimo
bizantino aveva impregnato per secoli la regione e forse anche il nostro
territorio. Nella vicina Dipignano, per esempio, nel 1442, un certo
Ruggero de Caveoso si macchiò di simonia nella collazione del beneficio
della chiesa di S. Nicola[8]. Fu poi assolto da papa Eugenio IV. Accanto
alla disgregazione morale del clero secolare si andava diffondendo
sempre più massicciamente il messaggio dei frati Mendicanti, i quali
riscuotevano entusiastici favori sia nelle masse più indigenti che nei
ceti sociali più agiati. Anche a Laurignano, come abbiamo notato nelle
pagine precedenti, i fratres eredi di S. Francesco d'Assisi furono
accolti a braccia aperte dai rappresentanti istituzionali del casale.
Nel XV secolo, a Laurignano, la gestione della cura animarum era
abbastanza articolata. La parrocchia di S. Laverio è probabile che
avesse la prerogativa battesimale e di chiesa matrice. Accanto ad essa
vi erano altre chiese cum cura (S. Lorenzo, S. Nicola, S. Salvatore),
presiedute da un cappellano o da un rettore. Il numero delle parrocchie
rurali era legato anche all’aumento dei fedeli e degli agglomerati
abitativi. Alle chiese delle comunità inferiori sparse nel contado, si
conferivano le prerogative del fonte battesimale, mentre la chiesa
principale rimaneva tale di fronte alle altre chiese derivate,
conservando ben altri diritti rispetto alle chiese filiali, soprattutto
di natura patrimoniale[9].
La presenza di una chiesa attestata prima come Sancti Laberii e poi come
Sanctus Laberius la troviamo documentata agli inizi del Quattrocento,
nel Regesto Vaticano. Della «parochiali ecclesia S. Laberii de
Lauriniano» ci informa, infatti, un manoscritto del 25 gennaio 1413[10].
Si tratta di una «conferma di provisione» di detta chiesa parrocchiale a
favore del vescovo di Siena, di Tommaso di Frontepetra, di Chicco di
Rogliano e Alessandro di Federico, canonici cosentini, cui venne
"provvista" con autorità ordinaria. Detta chiesa risultava vacante a
seguito della rinunzia di Salvatore di Arcavacata per dubbi di
canonicità[11]. Nello stesso documento è attestata senza ulteriori
notizie la «ecclesiae parochiali S.ti Nicolai de Lauriniano»[12].
La chiesa parrocchiale di S. Laverio (diventato S. Oliverio, dopo
variazioni e adattamenti fonetici e linguistici con l'idioma locale),
sorge nel centro storico di Laurignano, ed è ancora oggi la chiesa
parrocchiale. La nascita della parrocchia è da collocare probabilmente
in epoca normanna, quando attorno ad essa e al Casalicchio cominciò ad
espandersi il nucleo urbano di Laurignano. Se l'avarizia delle fonti non
ci permette di sapere nulla sui primordi di questa chiesa, i Registri
parrocchiali – disponibili dal 1653 in poi – e diversi documenti
notarili rogati tra XVI e XVII secolo, ci consentono di attingere
preziose notizie riguardo ai beni patrimoniali di cui era dotata e il
nome dei parroci, economi e rettori avvicendatisi alla sua guida con il
precipuo compito di gestirne il patrimonio, la cura animarum dei fedeli
e l'amministrazione sacramentale.
A seguito della riorganizzazione delle chiese parrocchiali attuata dal
concilio Tridentino, quella di S. Laverio, la chiesa matrice del
territorio, a partire dalla seconda metà del Seicento risulta la sola
parrocchia laurignanese di cui si hanno notizie sicure. Sul volgere del
XVI secolo, per esempio, il reverendo Ferdinando Miranda, in «casali
Laurignani», con bullas della Camera Apostolica, prese possesso del
beneficio di S. Oliverio e di quello di S. Pietro esistente «in
hospitale» della città di Cosenza[13]. La conferma di tale assegnazione
da parte del vicario cosentino ci è attestata da un atto notarile rogato
nello stesso anno[14].
Prima della riforma tridentina, un documento del 3 settembre 1421 ci
ragguaglia sulla chiesa di S. Laberio in occasione della «riconferma di
provisione» della stessa a favore del canonico Alessandro di Federico.
Nel documento si ordina all'arcidiacono di Cosenza di confermare al
citato canonico la "provvista" della chiesa di S. Laberio di Lauriniano,
vacante, a seguito della libera rinunzia del rettore Salvatore di
Arcavacata nelle mani di Tyrelli, arcivescovo di Cosenza[15]. Di una
«ecclesia parochiali S. Salvatoris de Laureniano» ci informa un
documento del 5 febbraio 1440, con il quale papa Eugenio IV ordinò
all'abate del monastero di S. Maria di Corazzo, in diocesi di Martirano,
di assegnare al chierico cosentino Robertino Quattromani il canonicato
di detta chiesa, vacante in seguito alla promozione di Waliotti alla
chiesa di Crotone[16]. Il canonicato era un titolo che veniva conferito
o dalla Santa Sede o dal vescovo a sacerdoti della diocesi, con o senza
riconferma pontificia.
A Laurignano e altri centri abitati, come confermatoci dai documenti qui
appena citati, erano presenti varie parrocchie. I presbiteri ad esse
addetti, sia pure a vario titolo, erano di solito più di uno per
parrocchia. Di qui la constatazione – che del resto è una conferma –
della sovrabbondanza degli addetti al culto e ai sacramenti rispetto
alla popolazione dei fedeli[17]. La presenza di più parroci nella stessa
parrocchia, tuttavia, non significava necessariamente compromettere
l’unicità della chiesa battesimale, cioè una caratteristica pressoché
costante nel Mezzogiorno d’Italia, almeno sino all’applicazione dei
decreti del concilio Tridentino[18]. Gli stessi Padri che presero parte
all'importante assise, per quanto attiene alla presenza di più
ecclesiastici in seno ad una medesima parrocchia, non si pronunciarono
mai con la stessa chiarezza e perentorietà mostrata su altre questioni.
Nella prima metà del XV secolo, oltre a S. Laverio, vi erano a
Laurignano altre due chiese dedicate a santi martiri, Nicola e Lorenzo.
Della parrocchia di S. Lorenzo abbiamo notizia fino al 1519, quando il
chierico cosentino Johanni de Innacaro ricevette da papa Leone X una
porzione della chiesa parrocchiale di «S. Laurentii de Aurignano»[19].
In un documento di papa Giulio II, datato 1504, si fa riferimento a
Iohanni Petro Sistar «providetur de parochiali ecclesiae S. Nicolai,
casalis Laurignano»[20]. Purtroppo, su questa parrocchia, le fonti coeve
e postume tacciono quasi completamente. Un altro riferimento sicuro ci è
dato da un documento del notaio Maugeri del 1610, in cui è attestato
«uno pecto de terra posto in detto territorio di Laurignano loco ditto
S. Nicolai»[21]. Per il resto, nient'altro.
Accanto a queste parrocchie battesimali vi erano chiese rurali che
svolgevano anch’esse un ruolo importante nella vita pastorale e
associativa della comunità. È il caso di S. Maria Assunta, annessa al
monasterium francescano della località Stozza, attestata nelle fonti
notarili del Cinquecento, e di S. Pietro, ubicata nella zona del fiume
Jassa. A Laurignano, la chiesetta di S. Laverio fungeva dunque anche da
parrocchia, monopolizzando le funzioni religiose. Giova ricordare che
ancora oggi S. Oliverio è il patrono di Laurignano e che la chiesa
parrocchiale è a lui intitolata. Accanto alla chiesa vi era il cimitero,
un’altra cellula fondamentale dello spazio sociale del piccolo casale.
Il binomio chiesa/cimitero è rimasto indissolubile fino agli inizi del
secolo scorso, in sintonia con quel legame tra i vivi e i morti
intensificatosi a partire dal Medioevo, in concomitanza con l’invenzione
del terzo luogo dell'aldilà, il Purgatorio, nel XII secolo[22]. I morti
si dovevano trovare quanto più possibile vicino ai santi o al santo
patrono. Ma l'elemento indispensabile era, ed è rimasto, il populus dei
fedeli, la cui individuazione era dettata dall’appartenenza
territoriale, attraverso il concetto del domicilio.
«La parrocchia – scrive André Vauchez – era un'istituzione complessa che
si definiva contemporaneamente come ambito territoriale ben delimitato,
come popolo riunito in una chiesa per compiere gli atti principali della
vita religiosa – e della vita in genere, dal battesimo ai funerali –
infine, come spazio sacro comprendente non solo la chiesa con l'altare e
i fonti battesimali, ma anche il cimitero e una zona circostante di
estensione variabile»[23].
La chiesa non era soltanto un «focolaio di vita spirituale comune»[24] o
il luogo adibito allo svolgimento delle funzioni religiose, ma era anche
un luogo di assemblea. Nei piccoli centri essa costituiva il punto di
riferimento della comunità. Le campane chiamavano a raccolta in caso di
pericolo, scandivano le ore della giornata e il tempo dei contadini. Lo
spazio antistante la chiesa di S. Laverio era il luogo dove si riunivano
i rappresentanti del casale per decidere sulle questioni più importanti.
Le carte riferite all'Età Moderna ce ne offrono puntuali conferme. A
titolo di esempio citiamo un atto del notaio Maugeri datato 9 maggio
1604, il quale ci dà notizia di una di queste adunanze per discutere su
argomenti connessi alla giustizia e al Regio Consiglio della
Vicaria[25].
Ogni parrocchia era dotata di un articolato complesso di rendite –
proprietà, censi enfiteutici, ecc. – che non era finalizzato soltanto
alla manutenzione degli edifici di culto e al mantenimento di coloro che
gravitavano nell'ambito della stessa istituzione. Le fonti documentarie
– atti notarili, Registri parrocchiali e Catasto Onciario – relative al
periodo compreso tra il XVI e il XVIII secolo, sono praticamente zeppe
di riferimenti riguardo ai beni patrimoniali in dotazione alla
parrocchia di S. Oliverio. Qui di seguito ne riportiamo soltanto qualche
esempio.
Nel 1584 un certo Panfilio De Florio, per saldare un debito di 263
ducati precedentemente contratto cedette a Francesco De Ruggero un suo
vigneto. L’alienazione della vigna da parte del De Florio sancì anche il
decadimento dell’obbligo di pagare «lo censo debito a S.to Liverio de
carlini sette»[26]. In un altro atto notarile del 1592 sono invece
attestate una proprietà alberata con fichi, viti, ulivi e altri alberi
«in loco ditto la Profenda seu Pantanela», confinante con una proprietà
della chiesa di S. Oliverio e un’altra di un certo Vittorio de la Rella,
e la vigna di proprietà della chiesa di S. Oliverio[27].
Più significative, in riferimento ai beni della parrocchia, risultano le
attestazioni superstiti sui cespiti immobiliari ecclesiastici. Nel
Catasto Onciario della bagliva di Tessano relativo all’anno 1743 sono
elencati i beni della «Parocchiale Chiesa di S. Oliverio del Casale
dell’Aurigniano, Bagliva di Tessano». Questo documento, la revela, era
di norma un documento raro negli onciari, in quanto riportava con
sufficiente precisione i beni e le rendite della parrocchia. Per questo
motivo le revele degli enti ecclesiastici erano in genere molto
reticenti e lacunose[28].
Nel lungo elenco di beni appartenenti alla chiesa figurano, tra gli
altri, case date in fitto, un «orticello in luogo detto sotto la Chiesa
alborato di celsi neri e poche fichi iuxta li beni de li PP. Teresiani»,
con una rendita di 39 carlini[29], e una «possessione in luogo detto il
Vallone iuxta li beni de li PP. Teresiani e via publica alborata di
fichi, querce e tre aratorie»[30]. Le fonti locali del Settecento ci
informano che anche i mulini del Busento e dello Jassa appartenevano
alla chiesa di S. Oliverio, all’ospedale di Cosenza, oppure ai signori
del luogo e del patriziato cosentino.
La parrocchia, nel corso dei secoli, a seconda delle zone, ha mutato
l’organizzazione, il significato della terminologia, ma non è mai venuta
meno alle due funzioni fondamentali che la connotano: essa è e rimane il
luogo per la celebrazione eucaristica per eccellenza. Questa
istituzione, inoltre, soprattutto nel Medioevo, non ha mai cessato di
rappresentare un obiettivo rilevante per il potere, nella misura in cui
essa possedeva beni (la dos ecclesiae) e rendite (decime e altri
proventi).
Per quanto riguarda Laurignano e il mondo rurale in genere, tra
l'«autunno del Medioevo» e gli albori dell'Evo Moderno, la realtà
sociale e la presenza dei mendicanti sul territorio costituiscono una
spia sicura delle difficoltà patite all'epoca dall'istituto
parrocchiale, anche se non ne decretarono la fine. Per rendersene conto
basta leggere i testamenti cinquecenteschi, dai quali emerge nitidamente
la sua importanza per gli uomini e le donne che vivevano nel contado.
L’indagine sulle parrocchie laurignanesi qui delineata non pretende
ovviamente di essere esaustiva, anche perché meriterebbe una più
qualificata e approfondita messa a punto. Vuole essere semplicemente il
punto di partenza per auspicate ricerche successive. Fatte salve le
implicazioni di carattere economico fugacemente accennate, per chiarire
compiutamente il ruolo, la funzione e l'organizzazione delle parrocchie
laurignanesi nei secoli medievali e fino al concilio di Trento è
soprattutto nell’aspetto religioso e nell’amministrazione dei sacramenti
che bisogna incentrare l’attenzione. In particolare nei rapporti tra
istituzione parrocchiale e mondo dell’aldilà, che ha coinvolto
moltitudini di fedeli e che ancora oggi è il vero fondamento della
religio[31]. Il tutto, nella segreta speranza che affiorino dall'oblio
nuovi documenti e una rinnovata sensibilità verso la storia tanto
affascinante quanto colpevolmente trascurata di questi nostri luoghi.
[1] Con queste parole E. Pognon, La vita quotidiana nell'anno Mille,
Bergamo 1998, p. 8, traduce il celebre passo del monaco borgognone.
[2] J. Le Goff, Il cielo sceso in terra...cit., p. 56
[3] P. De Leo, Certosini e cisterciensi...cit., p. 15
[4] Ibidem, p. 184
[5] RVC, Vol. II, n. 8773
[6] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale...cit., pp. 179-180
[7] Ibidem, p. 180
[8] RVC, Vol. II, n. 10646
[9] A. M. Stickler, La parrocchia nella evoluzione storica, in La
Parrocchia…cit., p. 9
[10] RVC, Vol. II, n. 9377
[11] Ibidem
[12] Ibidem
[13] ASCS, notaio Gatti, anno 1591, sch. 175
[14] ASCS, notaio Gatti, anno 1591, sch. 182
[15] RVC, Vol. II, n. 9537
[16] RVC, Vol. II, n. 10469
[17] Ibidem, p. 163
[18] P. De Leo, Mezzogiorno medioevale…cit., p. 181
[19] RVC, Vol. III, n. 15995
[20] RVC, Vol. II, n. 14743
[21] ASCS, notaio Maugeri, anno 1610, sch. 437v
[22] J. Le Goff, Il cielo sceso in terra...cit., p. 68
[23] A. Vauchez, Esperienze religiose nel Medioevo, Città di Castello
2003, pp. 184-185
[24] J. Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Milano 2000, p.
336
[25] ASCS, notaio Maugeri, anno 1604, sch. 184
[26] ASCS, notaio Plantedi, anno 1584, sch. 325
[27] ASCS, notaio Plantedi, anno 1592, sch. 39
[28] F. Cozzetto, Città di Calabria e hinterland nell’Età Moderna.
Demografia e strutture amministrative e sociali, Soveria Mannelli 2001,
p. 104
[29] Catasto Onciario
[30] Ibidem
[31] A. Vauchez, Esperienze religiose…cit., p. 186
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