Dal praedium al casale.

 

Home

Indagine sull'insediamento laurignanese dalle origini all’Evo Moderno  

In un saggio storico-critico sul nome e culto di S. Laverio Martire patrono di Laurignano è scritto che le origini di questo piccolo casale a sud-ovest di Cosenza affondano le radici nell’alto Medioevo, con un «agglomerato urbano risalente ad età remotissime» e un primo gruppetto di case sviluppatosi forse nel tenimentum laverianum o sancti Laverii, attorno alla chiesa dedicata al santo[1], attestata nelle fonti della Cancelleria Vaticana sin dagli inizi del Quattrocento[2]. Se si eccettuano le annotazioni qui riportate, le ipotesi sulla nascita del primo nucleo abitativo laurignanese sono sedimentate in quella tradizione di studi eruditi inaugurata dal Barrio sul finire del XVI secolo e ripresa in seguito da altri storici. Secondo questa tradizione, l’origine della maggior parte dei centri collinari limitrofi alla città rimonterebbe ai decenni intorno al Mille, quando i cosentini si riversarono sulle alture intorno al capoluogo bruzio per sottrarsi al flagello saraceno, ripopolando villaggi preesistenti e fondandone altri. Di qui la nascita dei Casali di Cosenza, detti del manco e del destro.

Nel dibattito storiografico degli ultimi decenni, però, quella delle origini dei Casali è apparsa come una vexata quaestio ancora irrisolta, connotata da interrogativi senza risposta o aspetti addirittura inesplorati. È pertanto lecito domandarsi quale valore probativo possiamo attribuire a fonti letterarie e narrative che attingono nella trasmissione orale e quindi nelle inevitabili distorsioni di cui essa è portatrice. Alcuni storici contemporanei – dal De Leo al Guillou al Placanica – confutano le tesi che attribuiscono la nascita dei Casali alle incursioni saracene[3]. Altri ancora propendono per il ripopolamento di sparuti insediamenti preesistenti. Givigliano scrive in proposito: «è più probabile che il loro nucleo si vada costituendo gradualmente già molto prima intorno a degli insediamenti romani»[4], mentre il Russo fa osservare che la loro origine «è molto più antica, potendo risalire all’epoca romana, come lo attestano i nomi da essi assunti»[5].

Per quanto riguarda i primordi dell’insediamento laurignanese, i dati a nostra disposizione non ci consentono di fissare una datazione precisa. Diversi indizi fanno pensare ad una sua collocazione nel periodo di espansione romana nel Bruzio, dopo le timide forme di vita comunitaria sul territorio documentate sin dall’Eneolitico dal corpus di reperti archeologici (frammenti di vasellame, crani e corpi inumati, resti ossei di sepolture plurime e reperti fittili) rinvenuto in un anfratto roccioso della località Criti, zona Profenna, adibito per scopi funerari[6].

La gestione politico-amministrativa e il controllo strategico-militare del territorio adottati dal governo imperiale – concretizzatisi con la centuriazione augustea operata nell’ager Consentinus e, prim'ancora,  attraverso la costruzione della via Popilia, la consolare romana che attraversava il territorio di Laurignano costeggiando il fiume Jassa per poi snodarsi in altri territori fino a Reggio Calabria – favorirono la nascita di minuscoli villaggi arroccati sulle alture lungo il tracciato del cursus publicus. L’apertura al traffico (II secolo a.C.) dell’importante arteria contribuì in maniera decisiva alla trasformazione del paesaggio agrario dell’intera vallata dello Jassa, favorendo il raggruppamento in chiave urbanistica delle piccole cellule abitative rurali sparse sulle falde del crinale e sui rilievi collinari a ridosso del fiume. Nei secoli successivi all'avvento di Roma, il tessuto urbano del gruppetto originario di casupole si è andato via via modellando secondo gli schemi topografici e le tipologie costruttive imposti dai conquistatori avvicendatisi nel dominio del territorio.

Non disponendo di una silloge documentaria o archivistica esauriente – tanto meno di un’indagine archeologica mirata o sistematicamente perseguita – in questa sede cercheremo di ripercorrere le tappe salienti che hanno scandito le dinamiche antropiche e di popolamento dell’insediamento laurignanese, focalizzando la nostra attenzione sulle tracce ancora oggi presenti o rinvenibili in loco (strutture e istituzioni rurali civili e religiose, repertori toponomastici, labili emergenze archeologiche, ecc.) e privilegiando, sia pure con limiti d’impostazione e lacune, quell’indirizzo metodologico "a tutto campo" che la storiografia del Mezzogiorno, sulla scia del modello euristico propugnato dalle Annales, ha adottato negli ultimi decenni[7].

Che il primo nucleo abitativo di Laurignano sia potuto sorgere in epoca romana, come opinato dal Russo e dal Givigliano a proposito dei Casali di Cosenza, cercheremo di dimostrarlo facendo ricorso ad una serie di elementi a nostro avviso significativi e degni di nota.

Analizziamoli nel dettaglio.  

Il contesto storico di riferimento - Nel periodo compreso tra il III secolo a.C. e la tarda antichità, la Calabria subì una sorta di “romanizzazione” che cambiò radicalmente la geografia del territorio e che si concretizzò «lungo un processo lento e difficile, con tappe importanti come la realizzazione della strata ab Regio ad Capuam»[8]. Il contado limitrofo alla città di Cosenza, costituito da terre in minima parte abitate e incolte, non rimase estraneo ai processi socio-economici ed ai mutamenti negli assetti politici che interessarono il capoluogo bruzio a seguito dell’occupazione imperiale.

Conquistato il territorio, i Romani imposero alle popolazioni sottomesse il loro stile di vita e nuovi modelli culturali e amministrativi; suddivisero il territorio in regiones inserendo Cosenza e l’area brettia nella Regio III, che da Salerno s’estendeva fino alla punta estrema della regione. A pochi veterani di guerra «furono assegnate terre dell’ager Consentinus, corrispondente all’alta e media Valle del Crati e, quindi, al territorio di immediata pertinenza della città»[9]. Gli agrimensori romani ripartirono il territorio attraverso il sistema graccano[10], che prevedeva centurie di duecento iugeri, corrispondenti all’incirca a cinquanta ettari[11]. Nel Liber coloniarum si fa riferimento alle assegnazioni operate da Augusto nel territorio di Cosenza con la formula limitibus graccanis[12], con una suddivisione agraria che teneva conto del tracciato della via Popilia[13].  

La distribuzione delle terre gravitanti nell’orbita della città avvenne presumibilmente tra il 30 ed il 14 a.C.[14]. La politica di sfruttamento del territorio da parte dei Romani contribuì alla diffusione dei praedia, caratterizzando, attraverso insediamenti rurali, ville, semplici case coloniche il paesaggio agrario romano[15]. Sebbene la suddivisione graccana nell’ager Consentinus[16] non sia stata ancora esaurientemente delineata risulta difficile immaginare che il territorio dell’attuale Laurignano, per la invitante localizzazione rispetto alla città ed alla via Popilia non rientrasse nel novero delle assegnazioni o che non suscitasse l’interesse di qualche pretendente.  E’ soltanto un’ipotesi che andrebbe suffragata da testimonianze sicure, ma se è vero che la suddivisione agraria fu attuata tenendo conto della via Popilia, il territorio di Laurignano non potè restarne escluso. È lecito supporre, anzi, che attirasse più di un interesse, essendo attraversato da un asse viario vitale per le strategie militari, la circolazione delle merci e i movimenti in entrata e in uscita dalla regione.

Ancora Givigliano osserva che la via Popilia, «attraversato il Busento immediatamente ad ovest della confluenza col fiume Jassa, (...) risaliva gradualmente verso Laurignano con un percorso di crinale e, avendo come punto di riferimento il displuvio tra questi due corsi d’acqua, raggiungeva Malito»[17]. Nelle epigrafi superstiti e nelle fonti tradizionali Itineraria scripta o adnotata e Itineraria picta (dal famoso Lapis Pollae alla Tabula Peutingeriana, dalla Cosmographia dell’Anonimo Ravennate ai Geographica di Guidone) non si fa alcun riferimento a statio, mansio o altro ubicate nel territorio di Laurignano. Il Galli, tuttavia, segnala nella zona la probabile presenza di un miliario[18].

Aperta al traffico verso la metà del II secolo a. C. dal pretore T. Annius Rufus e rinnovata nel 132 a. C. sotto il consolato di P. Popillius Laenas[19], essa ha incardinato molteplici esigenze, svolgendo la funzione di cerniera tra il nord e il sud della regione. Nota anche come “iter Calabriae”, Annia o “ab Regio ad Capuam”, rappresentò lo strumento basilare per il controllo militare del Bruzio, occupato da popolazioni che continuavano ad essere ostili o estranee alla politica romana, dopo la seconda guerra Punica[20]. Per quanto riguarda Laurignano, vi è da dire che essa evitò al territorio un secolare isolamento, stimolando complesse dinamiche cultuali e religiose e favorendo il contatto tra diverse culture, la circolazione di idee, merci, uomini. 

Il sito – Il nucleo più antico dell’abitato laurignanese dista da Cosenza 4 km circa. Sorge sul versante del crinale che domina la vallata dello Jassa, un tempo attraversata dalla via Popilia, quindi in posizione strategica e certamente non casuale. Il fondovalle pianeggiante, la consolare romana e la fitta trama di tratturi, diverticoli e stradine di adduzione che solcavano il fianco de crinale innestandosi su di essa, costituivano passaggi obbligati per i conquistatori che giungevano dal nord, costringendo le genti autoctone a ritirarsi sulle alture, in zone più facilmente difendibili. La fisionomia di questa parte del paese è quella dell'insediamento arroccato su un pendio collinare impervio, ubicato in posizione naturalmente favorevole in funzione difensiva. Aperto e ben soleggiato, caratterizzato da condizioni climatiche e geomorfologiche favorevoli, dalla salubrità dell’aria e dalla presenza di una quantità di acqua sufficiente per soddisfare il fabbisogno della comunità locale, situato ad un’altezza media di circa 400/450 metri s.l.m., con un clima temperato, il fianco del crinale dovette risultare ideale anche per l’adattamento degli uomini e per le attività agro-pastorali.

Il vecchio agglomerato urbano è delimitato lungo l’attuale via Chiatri da un muro di contenimento che si dirama dall'inizio della contrada Profenna fino a via Albidona (i Petruni), località documentate già nelle carte del XVI secolo. La mancanza di indagini stratigrafiche mirate impongono cautela e non autorizzano affermazioni perentorie; tuttavia, i rifacimenti posteriori pare abbiano coperto quella che in epoche remote dovette essere una barriera muraria non molto estesa, eretta a protezione dell’abitato e dei suoi occupanti. Il fianco scosceso e ripido di questa parte del crinale, ai piedi del quale si snodava la via Popilia, costituiva già di per sé un ostacolo naturale a difesa dell’abitato.

Il sistema viario che emerge dalla documentazione notarile del Cinquecento, strutturato come una rete di vie parallele e perpendicolari alle abitazioni e ai poderi limitrofi, sembra altresì corrispondere ad un modello urbanistico e topografico perpetuatosi dall'antichità. La stessa via Chiatri, presente nella toponomastica laurignanese, compare nelle fonti documentarie del ‘600 come località "le Chiatre" o "li Chiatri". La chjatra, nel dialetto corrente, indica una lastra di pietra utilizzata per pavimentare strade di transito. È un'ipotesi che andrebbe suffragata da prove archeologiche, ma per la sua ubicazione il toponimo potrebbe suggerire la persistenza di resti risalenti al periodo romano.

Ad oggi, purtroppo, la conquista e la colonizzazione romana in tutta l’area dello Jassa e nell’intera vallata attraversata dalla via Popilia non sono conosciute con la dovuta ampiezza. Le testimonianze archeologiche sono sporadiche e di utilità limitata, e le tracce del popolamento nell'immediata area collinare sono rilevabili per lo più in base a dati toponimici. Laurignano e la sua storia plurisecolare non sono esenti da questo deficit, che accomuna la quasi totalità dei piccoli centri rurali del Mezzogiorno. 

La terminologia A partire dalla tarda antichità, con sempre maggiore frequenza cominciarono a comparire nelle fonti termini come castrum o castellum[21], in latino, kastron[22] o kastellion (epoca bizantina) in greco, utilizzati per designare centri fortificati. In origine il castrum indicava una sorta di postazione militare, mentre il castellum designava un accampamento per formazioni minori o distaccamenti. Questa terminologia, tipicamente militare, con il passare del tempo e con le mutate condizioni politiche dell’Impero passò a designare anche insediamenti civili, ovviamente fortificati. Non abbiamo a disposizione prove sufficienti per dire che anche Laurignano svolse anticamente la funzione di presidio fortificato, castrum o kastron che dir si voglia. Ciò che sappiamo con certezza è che nel centro storico, in prossimità della via Giudecca ('a Judeca), la parte prospiciente di uno sperone che domina a guisa di balcone la vallata dello Jassa, nella tradizione orale si è tramandata come 'u casteddruzzu (castelluccio = da kastellion?), un toponimo popolare attestante la presenza di una torre di avvistamento o di un manufatto che ospitava qualche potentes locale.

Questa parte dell'abitato ha mantenuto l’antico assetto urbanistico, come si evince chiaramente dalla morfologia degli edifici, arroccati secondo lo schema tipico di un nucleo sorto con esigenze difensive. All’interno dello spazio abitativo, probabilmente fortificato, le case erano disposte seguendo un disegno urbanistico prestabilito e non in maniera eterogenea e spontanea, attorno a un nucleo centrale costituito dalla «rocca», domus maior o palatium, cioè una dimora signorile costruita con materiali più resistenti. La struttura principale di questa zona del paese, nel ricordo degli anziani, si presentava in forma all’incirca esagonale, con una stanza sopraelevata e altri vani più piccoli caratterizzati da piccole aperture affacciate sulla valle. Un documento del notaio Plantedi del 1583[23] ci dà notizia di una domus palatiatam di proprietà del nobile De Ruggero sita nella Mannarina, una località attestata frequentemente nelle carte del XVI secolo e ubicata tra il lato sud del centro storico e la Profenna, probabilmente nell’area dove sorgeva ‘u casteddruzzu

I recenti riadattamenti hanno cancellato i resti del fabbricato e ogni traccia utile per indagini archeologiche volte a individuarne l’epoca, lo stile, le tecniche costruttive, i materiali.  È pertanto impossibile, in mancanza di studi scientifici adeguati, avanzare ipotesi riguardo alle fasi costruttive ed ai relativi aspetti strutturali e cronologici. Tornando per un attimo sul castrum, esso indicherebbe quello che gli antichi un tempo chiamavano oppidum, cioè un sito fortificato d’altura. Nei Registri parrocchiali di S. Oliverio riferiti al Seicento, Laurignano viene indicata come casale e, più frequentemente, con il termine «oppido»[24], da «oppidum»[25]. Dopo il 1680, nel Liber emortualium e nel Liber baptizatorum in particolare, risultano frequentemente annotati «oppidi Auriniani» e  «oppidi Laurignani». «Oppidum» è un antico latinismo, utilizzato in particolare in epoca romana per designare un «luogo fortificato», una «fortezza». Isidoro di Siviglia negli Etymologiarum parla di «castrum antiqui dicebant oppidum in loco altissimo situm (…) diminutivum castellum»[26].

Per quanto riguarda l’area bruzia il sostantivo «oppidum», riferito a Cosenza, è riportato in Plinio e Strabone, autori che narrano le vicende del Molosso e dell’antica Pandosia[27]. L’oppidum o castrum è dunque un termine assai antico, da distinguere sia dal castellum che dal vicus e dal pagus, per l’ampiezza del suo apparato fortificatorio e per le sue maggiori dimensioni. Nel caso di Laurignano, in assenza di indagini archeologiche serie, non possiamo affermare con certezza che il termine oppidum venisse utilizzato dai parroci per designare un luogo fortificato.

Prima che giungessero i Normanni, la costellazione dei centri abitati calabresi era caratterizzata essenzialmente da villaggi rurali, pagi e vici, in cui era prevalente la categoria sociale dei rustici e dei villani[28]. Il pagus indicava uno dei distretti rurali in cui in età romana era suddiviso il territorio, dipendente dal punto di vista amministrativo da un centro abitato, per quanto ci riguarda da vicino un probabile oppidum. Il territorio di Laurignano in tempi antichi dovette essere ripartito in più pagi. Il termine «pago», da «pagus» si è tramandato fino all’Età Moderna. A titolo esemplificativo citiamo un documento del 3 aprile 1590,  rogato dal notaio Plantedi di Cosenza, in cui è attestato un  pago  «in loco ditto la valle di S.to Joane»[29]. Nel 1734 Teresa Costa morì «in pago dicto li Granci»[30], mentre nel 1722 il parroco di S. Oliverio, Nicola Valentino, registrò la morte di una certa Magdalena «in domo et Pago Nicolai Castiglion Morelli ubi dicitur sotto la torre dell’Acqua delle Calci»[31]. Nei Registri parrocchiali risulta frequentemente attestato anche un «pago Carmelitanorum», nella zona di Granci, i pagi di proprietà del Capitolo di Cosenza e delle famiglie del patriziato cosentino (Castiglion Morelli, Sambiasi, Pascale). Nel Lexicon del Forcellini il pagus viene indicato come un insieme di più vici[32].

Intorno all’anno Mille, nel Mezzogiorno, sorsero numerosissimi gruppi di casolari non murati detti «casalia», un termine derivato dal latino medievale casale. Lo studioso Franco Mosino ci fa notare che «la voce casale ha avuto una lunga vita in Calabria, dal Medioevo ad oggi, soprattutto come nome geografico»[33]. Dalla fine del XV secolo in poi, nei documenti della Cancelleria Vaticana e nella miriade di atti notarili relativi al XVI e XVII secolo, Laurignano è attestato generalmente come casalis Lauriniani, sottoposto alla giurisdizione amministrativa della baiulationis Tessani

Laurini(ano/anum), un toponimo prediale Giovanni Flechia è stato tra i primi ad associare ai toponimi con suffisso in –ano la proprietà di beni congiunti originariamente con fundus, campus, ager, hortus, saltus, praedium, ecc.[34]. Già nell’Ottocento scriveva: «si può sicuramente affermare che almeno ben nove decimi di tanti nomi locali in –ano si derivano da antichi nomi gentilizi la più parte romani»[35] Il Flechia fa derivare il toponimo Laurignano da Laurinianum, gentilizio Laurinius[36]. Dopo di lui «tutti i toponomasti hanno dato generalmente largo spazio alla interpretazione antroponimica fondata su creazioni asuffissali (fossili di antichi antroponimi) e più spesso a formazioni con suffisso di appartenenza, soprattutto anum e –acum»[37]. I più affermati studiosi di toponomastica calabrese seguono più o meno il percorso tracciato dal Flechia. Giovanni Alessio propende per l’origine da un cognome latino, l’antroponimo Laurinus[38], mentre il Barillaro ha ipotizzato la derivazione dal latino Laurinianum, più precisamente «da un personale Laurinius o Laurinus o Laurus[39]. Anche per il Rohlfs il toponimo Laurignano deriverebbe da laurinianum, che significa “possesso di un laurinius”[40].

La diffusione dei praedia divenne quasi capillare grazie alla pax romana, pertanto, i toponimi prediali in Calabria, collocati generalmente sotto la isoipsa dei 600 m. di quota, «(...) risultano dall’abitudine di indicare i fondi col nome dei proprietari romani, o romanizzati, al quale viene aggiunto il suffisso – (i)anus/m con le sue varie desinenze, che indica appunto l’appartenenza»[41]. I toponimi prediali o fondiari, come è noto, sono legati al sistema romano della centuriazione, e cioè alla divisione del terreno in appezzamenti distribuiti ai veterani. Ciascuno di questi poderi finiva quasi sempre per chiamarsi con il nome del proprietario attraverso il suffisso aggettivale –ano o –anum. Nella zona pedemontana che circonda la città di Cosenza sono abbastanza diffusi: Tess–ano, Dipign–ano, Muss–ano, Turz–ano, Roglia–ano, ecc. ne sono un esempio. Ciò testimonia una marcata romanizzazione del territorio, suffragata dalla lingua, che nell’area cosentina conserva una forte impronta latina, come si evince dalla quantità notevole di latinismi ancora in voga nella parlata corrente.

Gli specialisti della materia[42] sembrano ormai concordi sul fatto che i toponimi in –ano, indicanti in latino relazione o appartenenza, derivino generalmente da nomi e cognomi romani in ius, che in origine erano accompagnati da sostantivi come fundus, ager, domus, villa, saltus, vinea, praedium, ecc.[43]. Giovan Battista Pellegrini, a proposito della toponomastica prediale, scrive che «essa si rivela quasi sempre sicura»[44]. In una recente indagine condotta dall’Università della Calabria sui toponimi prediali romani della provincia di Cosenza[45], Laurignano risulta inserito tra questi, a conferma dell’alta densità di prediali concentrata proprio nell’area cosentina, certamente tra le più alte in Italia e nella stessa Calabria.

A sostegno delle ipotesi che fanno derivare il nome Laurignano da un prediale romano c’è da dire inoltre che, nei manoscritti delle cancellerie governative a noi pervenuti, relativi al periodo compreso tra la metà del XII e gli inizi del XV secolo, è attestato generalmente come Lauriniano o Laurianum, cioè con  il  suffisso aggettivale  in –ano/anum. Una località denominata Laurignano è attestata in una pergamena dell’abbazia di Montevergine del 1243. In questo documento è scritto che un certo giudice Unfrido ricevette a censo dalla Corte Imperiale federiciana cinque appezzamenti di terreno siti in territorio di Sarno, due dei quali in un luogo detto Laurignano[46]. Nella pianura campana, ancora oggi, è presente un'agglomerazione toponomastica formata dall’ampia zona contraddistinta da toponimi derivanti da antiche unità fondiarie romane: Giugli–ano, Licign–ano, Gricign–ano e simili sono alcuni esempi[47]. 

Brevi note di toponomastica laurignanese – I relitti della geografia e della topografia antica sopravvivono anche nella toponomastica moderna, che talvolta ci consente di localizzare antichi insediamenti anche in assenza di resti archeologici. Per quanto riguarda Laurignano, se l’epoca romana risulta avara di testimonianze, i secoli successivi e fino all’arrivo dei Normanni sono avvolti in un buio documentario ancora più impenetrabile. Labili tracce sono rinvenibili nell'idioma locale e nei nomi assunti da alcune località ancora oggi sparse sul territorio. In questa sede vogliamo accennare, rapsodicamente e in semplicità, a toponimi di antica datazione che attestano particolari attività produttive ed economiche, agricole e del mondo rurale, senza cedere alla tentazione di avventurarci in dotte spiegazioni sulla derivazione etimologica e il significato dei repertori rilevati, ovvero di invadere il campo della linguistica storica fuori dalla nostra portata e gravido d’insidie persino per i cultori della materia. Dei toponimi di derivazione agiografica, la maggior parte dei quali di origine grecanica, parleremo più avanti.

Nella parte bassa del versante del crinale che degrada verso il fiume Busento vi sono allineate in rapida successione tre località che fanno pensare ad una gestione economico-agraria della zona nel corso dei secoli. Le località sono: Piano della Corte (?) (nella forma dialettale Chjanu ‘a Curta),  Granci, Piano Maggese (Chjanu Majise). La località Granci, come noteremo più avanti, mutua il nome da grancia o grangia, un termine che designava l’«azienda» agricola dei monaci cistercensi, la cui presenza lungo le sponde del Busento è documentata sin dal XII secolo. Il toponimo dialettale Chjanu ‘a Curta è riferito forse alla curtis (corte), un’unità del sistema agrario protrattosi dal tardo antico fino al feudalesimo (sistema curtense). La curtes era costituita da un fondo principale, detto pars dominica, sotto la diretta gestione del signore che ne deteneva il possesso, e dall’insieme dei mansi, piccoli appezzamenti di terreno affidati ad affittuari (massari, pars massaricia) dietro il pagamento di un censo, una decima, o in enfiteusi.

Piano Maggese è un geonimo che designa il nome di uno dei pochi pianori del territorio destinato ad una particolare pratica agricola il maggese, appunto consistente nel predisporre una serie di lavorazioni su un terreno tenuto a riposo allo scopo di prepararlo a una successiva coltivazione, cereali in particolare. Questa tecnica era praticata già al tempo dei romani sui vasti possedimenti disseminati nelle colonie del Mediterraneo. Il Varrone, nel suo trattato di agricoltura, per sottolineare questa capacità del doppio raccolto, riporta come esempio i meli del territorio Consentino, mentre Plinio il Vecchio, riprendendo più tardi lo stesso concetto e citando proprio il passo del Varrone, all’espressione «raccolto doppio», sostituisce «raccolto triplo»[48].

La località Specola ('u Cuozzu) è posta sulla parte alta del crinale che sovrasta la vallata del Busento e la zona alta della Profenna. «La voce Specula (...) sopravvive accanto ai derivati del longobardo skulka (...), attestato nei casali cosentini e colline contigue con le denominazioni di Scurca e Scurchinella (posto di guardia)»[49]. Il toponimo Vizzante, attestato nei Registri parrocchiali del ‘700 anche come Bisanti, in prossimità della località Specola, potrebbe derivare dalla trasformazione fonetica e grafica di bisante, la moneta coniata sotto l'impero bizantino che tra il IX e il XI secolo si diffuse anche nel Meridione d'Italia occupato da Bisanzio. Ma è solo un'ipotesi.

La località Stozza, posta sul fianco del crinale che si affaccia sullo Jassa, in prossimità della via Popilia, attestata la prima volta come Stocta in documento del 1591 rogato dal notaio cosentino Maugeri[50], potrebbe risalire ad epoche antiche ed indicare forse un luogo di stazionamento. Come semplice indizio a supporto di questa ipotesi – da considerarsi forse una coincidenza ma tuttavia utile per auspicate indagini successive – segnaliamo che una località Stozza è tuttora presente anche nei territori di Muss–ano, Corigli–ano, Castelpag–ano (BN), toponimi connotati dal suffisso finale in –ano/–anum.

La località Acqua di calci, posta anch’essa sul versante dello Jassa, risulta attestata nel Liber emortualium tra il 1722 e il 1725[51].  L’origine di questo toponimo è legata alla produzione della calce mediante la combustione di massi calcarei, attività documentata già nel XVI secolo. Questo versante del crinale, probabilmente sin dall’antichità, ha costituito uneccellente fonte di approvvigionamento della pietra calcarea. Le fornaci, note con il termine dialettale càrcare, erano diffuse in particolare nelle aree argillose del bacino idrografico; esse sfruttavano i depositi di acqua lasciati dalle piene, contribuendo anche in tempi recenti a tonificare i mercati cittadini e la debole economia del circondario. La presenza delle càrcare sul versante dello Jassa ci è confermata da un atto notarile del 1592, nel quale è riportata l’attestazione «le calci di la carcara», sfruttate per pagare censi e debiti[52]. In età romana, lungo il tracciato della via Popilia e in prossimità del fiume, contestualmente alla centuriazione e all’assegnazione delle terre, quindi al sorgere delle villae rustiche, è probabile che vennero costruite fornaci e vasche adibite alla produzione di calce e di laterizi di argilla. 

Anche l’attività di estrazione del tufo calcareo dalle cave laurignanesi affonda le radici in epoche remote. In un documento notarile rogato il 3 aprile 1590 risulta attestata «la cava di S. Maria»[53], a testimonianza che sul versante dello Jassa, in Età Moderna, l’estrazione della pietra costituiva un’attività produttiva ampiamente consolidata. Secondo la tradizione lapicida locale i blocchi di tufo utilizzati per la costruzione di alcuni contrafforti del castello di Cosenza – nel cuore del Medioevo (XII sec.) – vennero estratti dalle antiche cave di Mendicino e Laurignano[54]. Il microtoponimo la Minera, ormai scomparso, annotato in un atto del 4 novembre 1574 rogato dal notaio Giustiniano (de) Aiello, è riferito forse a questa cava di pietra[55] o ad un’altra (cava 'e Linardu) di minori dimensioni, localizzata sullo stesso fianco del crinale. Non abbiamo prove sicure da mostrare, ma potrebbe non essere azzardato pensare ad uno sfruttamento delle cave laurignanesi da parte delle maestranze imperiali per lastricare il tratto del cursus publicus in costruzione nella valle sottostante. 

Il toponimo Mannarina, tra i più attestati negli atti notarili del ‘500, è probabile che rimonti al periodo longobardo, forse derivante dal termine arimannia – un distretto amministrativo indipendente dalla giurisdizione ordinaria delle autorità locali –  o dal mons arimannorum, uno spazio incolto adibito al pascolo, diventato mannarina per successive crasi e adattamenti. Ma è una ipotesi e nulla più.  

La persistenza nel tempo di questi repertori toponomastici costituisce una testimonianza sicura di un processo insediativo e di antropizzazione del territorio che rimanda ad epoche remote. Ma è soprattutto nei lasciti linguistici ancora oggi ricorrenti nell’idioma locale che si possono riscontrare solide tracce del passato. Il termine vùtamo[56], per esempio, una graminacea spontanea che veniva data come foraggio agli animali oppure usata per l'impianto delle viti, è una parola derivante dal greco boutomon[57], un lemma risalente forse al periodo bizantino. Un germanismo potrebbe essere la voce dialettale banna, che vuol dire parte, lato, dal tedesco bahn, sinonimo di via[58]. La banna dei De Florio è documentata a Laurignano in un atto notarile del 1602[59]. Anche termini dialettali come catoio (da katô = inferiore) e timpa – ampiamente documentati nelle carte tra XVI e XVIII secolo e tuttora in voga nell’idioma locale – sono etimi di origine greco-latina.

Le rapide annotazioni qui riportate hanno il solo intento di stimolare ricerche più approfondite e finalizzate a gettare un fascio di luce sulle dinamiche insediative e di popolamento dipanatesi nel corso dei secoli sul territorio laurignanese. L'apporto concreto di indagini archeologiche mirate e studi qualificati sulla origine, derivazione etimologica e datazione dei vari repertori toponomastici, ci consentirebbe di cogliere aspetti inesplorati di un microcosmo dove mondi diversi, popoli e culture diversi si sono incontrati, incrociati e spesso amalgamati, delineando gli orizzonti mentali entro i quali ancora oggi si muovono e agiscono le generazioni contemporanee.  

Il periodo normanno-svevo – Il passaggio dai Bizantini ai Normanni fu tutt’altro che indolore per i calabresi. Roberto il Guiscardo operò saccheggi, incendi e devastazioni, terrorizzando le popolazioni che vivevano nelle campagne. A tale riguardo appaiono quanto mai eloquenti le annotazioni del cronista normanno Goffredo Malaterra, il quale, riferendosi agli inizi del 1058, ebbe a scrivere: «un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile e maggio; il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divorava i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno sfuggire indenne, quasi l’infuriare d’un incendio in un campo di steli disseccati»[60].

A Laurignano, con l’espansione normanna (XI-XII secolo) il pulviscolo di nuclei abitativi disseminati qua e là nelle campagne assunse probabilmente una fisionomia territoriale più omogenea e di più vasta estensione, con caratteristiche fisiche e antropiche proprie dell’agglomerato urbano[61]. Le famiglie di rustici e pastori che vivevano nei pagi rurali, costituiti da modeste casupole e risalenti forse all'epoca romana, cominciarono a raggrupparsi attorno alle cellule basilari dell'organizzazione dello spazio sociale del territorio: in primis attorno al Casalicchio[62] e alla signoria fondiaria, rappresentata in età normanno-sveva dalle famiglie Orso[63], Arnone[64] e Ugolotta de Lauriniano[65]; in secondo luogo attorno alla chiesa intitolata a S. Laverio (diventato in seguito S. Oliverio, dopo adattamenti e trasformazioni fonetiche e linguistiche)[66], con annesso il cimitero[67], quindi alla parrocchia.

Questo schema, largamente diffuso a partire dal X secolo, ricalca il modello classico dell'incastellamento[68] o dell'«encellulement»[69], che ha lasciato segni profondi nell'intero Mezzogiorno e nella stessa Laurignano[70]. L’aggregazione di una comunità attorno ad una residenza signorile fortificata rappresentò una sorta di rivoluzione all’alba del secondo millennio. Nei secoli centrali del Medioevo il Casalicchio e la chiesa/parrocchia di S. Laverio, con annesso il cimitero e adibita alle funzioni religiose, cura animarum in particolare, svolsero la funzione di collante del saldo legame tra ambiente naturale e attività umana. La chiesa parrocchiale di S. Oliverio e il Casalicchio, ancora oggi, costituiscono i punti nodali della zona più antica del paese. Una prova della concomitanza temporale e funzionale tra queste strutture, con forti valenze giurisdizionali e ruoli autonomi, ci è data proprio dalla loro stretta vicinanza, rispondente a un criterio di sviluppo urbano adottato dai Normanni[71].

L’insediamento laurignanese è probabile, dunque, che abbia assunto le dimensioni di piccola contrada tra l’XI e il XIII secolo, attorno alle strutture qui accennate. Non a caso, la prima attestazione sicura del nome Lauriniano compare in epoca normanna, in un documento della badia argentanese della Matina, datato aprile 1142. Si tratta di una «charta confirmationis et offertionis pro anima» dell’archivio Aldobrandini, tradotta e pubblicata dal Pratesi, attraverso la quale «Ursus de Laurin(iano) in lecto infirmitatis iacens, sana mente et sincera voluntate» offrì se stesso a Stefano, abate di S. Maria della Matina[72]. Altri due documenti, riferiti al periodo svevo, precisamente al 1221[73] e al 1248[74], confermano l’esistenza di una località con questo nome. Da questo periodo in poi, il nucleo abitativo originario di Laurignano ha cominciato probabilmente a modellarsi nell'assetto topografico attuale, seguendo uno sviluppo di impianto urbano imposto dai Normanni.

Tra il X e il XIII secolo si assistette nel Mezzogiorno ad una sensibile espansione demografica, da cui scaturì anche una diffusa colonizzazione del territorio e la ripartizione della popolazione in centinaia di centri abitati[75]. In questo periodo, l'effetto congiunto delle incursioni piratesche nelle zone costiere e lo stato di abbandono delle pianure acquitrinose e malariche, comportarono importanti dinamiche antropiche che videro le popolazioni arretrare verso le zone interne e sulle alture.

Il consolidamento della dinastia normanna alla guida del Regnum accentuò la concentrazione degli abitati sparsi nei borghi dominati da strutture fortificate, favorendo lo sviluppo del sistema curtense, dei casalia e dei castra, plasmando incisivamente la morfologia insediativa  del Mezzogiorno[76]. Laurignano cominciò verosimilmente in questa fase ad acquisire una sua identità giuridica e amministrativa, con confini geografici definiti dal Busento e dallo Jassa, i due fiumi che delimitano il territorio.

Tra il XII e il XIII secolo, infatti, i corsi d’acqua assunsero particolare rilevanza «nella divisione politico-amministrativa per il loro compito naturale di fungere da linea di demarcazione tra territori sovrani e tra ambiti amministrativi»[77], prestandosi «a dare materialità a una linea di confine»[78]. A ciò si aggiungano pregnanti fattori come la massiccia influenza esercitata dal monachesimo di rito latino (benedettino e cistercense), il cui insediamento lungo le sponde del Busento e dello Jassa – dopo l'esperienza monastica bizantina – costituì per le popolazioni locali un propulsore di sviluppo agricolo, economico e socio-urbanistico per nulla trascurabile, oltre che un importante punto di riferimento spirituale; il favorevole trend demografico e di ripresa economica dopo il Mille sotto i Normanni[79] (dal censimento dei fuochi disposto dagli Angioini nel 1276, risultano attribuiti a Laurinianum 400/500 abitanti)[80];  la necessità di dare vita a borghi arroccati e difesi da fortilizi per fronteggiare la minaccia delle incursioni saracene, particolarmente virulente nell’area di Cosenza tra l’896 e il 1014[81]; l’arrivo di signorie di origine transalpina, giunte al seguito dei nuovi conquistatori, insediatesi in loco sulla base del principio di diritto germanico che il possesso della terra equivaleva a detenere il potere[82]. A Laurignano ciò avvenne con gli Orso, Arnone e Ugolotta.

L'agglomerato urbano originario, ampliatosi attorno alla chiesa di S. Laverio, si è in seguito esteso seguendo la morfologia del territorio, verso il Casalicchio e le zone della Profenna, via Albidona (i Petruni) e in direzione dell’attuale via Croci, le sole a prestarsi ai fini abitativi. Il Casalicchio, la dimora del dominus loci, in età medievale e moderna sovrastava il versante del crinale che guarda verso lo Jassa e sul quale insistevano lo spazio abitato, tenimenta e orti coltivati. Posto in posizione elevata rispetto alla chiesa, al cimitero e al caseggiato circostante, sotto il suo controllo erano inglobati terre e contadini soggiogati dal dominus locale, che ne era il padrone incontrastato e dai quali riscuoteva servizi e censi. Egli esercitava anche il diritto giurisdizionale, il cosiddetto banno.

Purtroppo, la scarsità e la reticenza delle fonti documentarie non ci consente di appurare con precisione l'epoca in cui venne costruito il Casalicchio. Sebbene il toponimo sia di formazione altomedievale e si trovi attestato altrove già in età normanna, dobbiamo attendere il XVI secolo per trovarlo frequentemente documentato a Laurignano. A titolo esemplificativo citiamo un atto del notaio di Cosenza Antonio Zazzo del 1572, con il quale Bernardino e Donna Munda De Ruggero, esponenti della più importante famiglia laurignanese del Cinquecento, cedettero al magnifico Bernardino Telesio tre case in località Casalicchio[83]. Nelle fonti notarili del Cinquecento, come già notato,  la zona del Casalicchio risulta abbastanza popolata. In particolare le famiglie De Florio, De Ruggero e De Anselmo sono attestate come proprietarie di case e terreni in detta località.

Per soddisfare le particolari esigenze di controllo e dominio questo fortilizio rurale venne eretto in posizione decentrata rispetto all’abitato, ubicato in una zona impervia, con ampi spazi vuoti nella parte sottostante: era, questo, il modo per privare gli eventuali assalitori di qualsiasi forma di riparo ed esporlo al tiro diretto dei difensori. E’ opportuno precisare che queste fortezze sorte dopo l’anno Mille non hanno nulla a che vedere con i poderosi castelli che conosciamo ancora oggi, turriti e merlati, che vennero edificati in epoche più tarde[84].

Il Casalicchio era (ed è tuttora) un semplice torrione, costruito in pietra e fortificato, circondato forse da una palizzata eretta a protezione degli occupanti, contadini compresi, quando soldataglie e razziatori di vario genere costituivano una seria minaccia. L’architettura militare di età normanna era caratterizzata da torrioni quadrangolari circondati da un recinto[85]. Non mancavano al suo interno il granaio e la cantina dove, per far fronte alle necessità del signore in caso di assedio, si conservavano i prodotti delle terre che quest’ultimo possedeva nei dintorni. Tale funzione strategico-militare, con il tracollo definitivo della dinastia normanno-sveva, si ridusse progressivamente fino ad assumere, nei secoli a venire, la connotazione di semplice dimora baronale per le nobili famiglie locali e del patriziato cosentino, come si evince chiaramente dai documenti notarili e parrocchiali riferiti al XVI-XVIII secolo.

La presenza del Casalicchio e della chiesa di S. Laverio dovette modificare profondamente il paesaggio agrario laurignanese dei secoli medioevali, incoraggiando quanti vivevano disseminati nelle campagne a raggrupparsi intorno al luogo di culto e sotto l'ala protettrice del signore. Di pianta all’incirca rettangolare, questa struttura si eleva sul fianco nord-ovest del centro storico. La sua ubicazione in posizione strategica, al pari del più imponente castello cosentino, lascia supporre anche una qualche funzione se non di controllo vero e proprio almeno di vedetta o di fortilizio lungo la via Popilia.

Che in epoca normanno-sveva la contrada si sia potuta ampliare attorno alla chiesa e, soprattutto, attorno al Casalicchio, ubicato fuori dal perimetro dell'antico caseggiato, ci è confermato da diversi indizi, non ultimo dalla toponomastica. In alcuni documenti notarili del Cinquecento sono attestati i microtoponimi «In pede lo casale» e «In capo lo casale», aventi come riferimento la zona denominata ancora oggi Casalicchio. In un documento del notaio cosentino Di Macchia del 1536 è attestata la località “ai piedi del casale”. Nell’atto notarile si fa riferimento ad una casa «sitam e positam in casale Laurignani loco ditto in pede lo casale iuxta uno later domus Alfonsis de Modio et alio later domus Florini di Urlando a parte anteriori viam publicam»[86] In capo lo casale era invece la parte più alta e panoramica dell’abitato, e consentiva il controllo visivo della zona sottostante. La località è attestata in un documento del 1590, a proposito di un appartamento venduto da Blasio De Florio a Vincenzo De Florio, in prossimità dell’abitazione di Goffredo De Ruggero e vicino la casa e l’orto di Francesco De Ruggero[87].

Un documento notarile del 1582 ci dà notizia che Goffredo De Ruggero e Blasio De Florio permutarono e si scambiarono alcuni loro beni: «detto Juffrida cambia titulo de cambio e permutatione dona e assigna a detto Blasio una casa posta nello casale de Laurignano loco ditto in capo lo casale» vicino l’altra casa dello stesso Goffredo e sotto la casa di Francesco De Florio. Blasio, «a titulo de cambio e permutatione dona e assigna a detto Juffrida una casa posta nel medesimo casale loco ditto lo Casalichio sutta la casa de Panfilio De Florio e sutta l’orto de Marcantonio De Anselmo via publica»[88].

La mole di documenti notarili in cui sono attestati confini, località, ricchi possidenti, ecc., lascia supporre che la località Casalicchio, ancora in epoca moderna, fosse discretamente popolata e che avesse le caratteristiche del piccolo agglomerato. Questa struttura, esprimente il potere e l'autorità del territorio urbanizzato, dopo la sua costruzione passò a designare il toponimo della zona in cui sorgeva e, forse, l’attestazione geografica di casale conferita all’intero nucleo urbano. Rimane una questione aperta – da consegnare agli esperti di geografia e linguistica storica –  la diversa terminologia usata da notai e parroci. Negli atti notarili rogati tra il XVI e XVII secolo compare costantemente l'attestazione casalis Laurignani, mentre nelle fonti locali (Registri parrocchiali) riferite alla seconda metà del Seicento e a tutto il Settecento, Laurignano viene spesso indicata con il termine oppidum.   

Un nuovo assetto urbanistico – La dislocazione di molte fortificazioni lungo le traiettorie delle principali vie di comunicazione di impianto romano fa pensare ad una composita rete di strutture di difesa e di controllo politico e amministrativo del territorio, che si integrava con l’impianto castellare feudale o parafeudale[89]. I Normanni, inoltre, consideravano importante il presidio dei ponti e delle strade maestre per la difesa del regno. Non bisogna dimenticare che il ponte sul Busento, ampiamente documentato nelle carte superstiti del XVI e XVII secolo e ubicato nella zona dell’attuale Molino Irto, collegava la città con Laurignano e con tutto il vasto territorio che si estendeva in direzione sud-ovest[90]. La costruzione di numerosi castra e castella lungo questi assi viari celebrava la potenza e il dominio dei conquistatori, simboleggiato dal possesso di imponenti edifici cui era legata la capacità di difesa e di controllo del territorio[91].

Lo sforzo operato dai conquistatori normanni di riorganizzare il territorio – dopo la disgregazione seguita alla fine dell’impero romano e dopo il secolare dominio longobardo e bizantino – sembra compendiarsi appunto nel potenziamento della fortificazione della contrada, saldando organizzazione delle genti autoctone e sito naturale, favorendo una sorta di nesso tra il sistema della villa – sviluppatosi probabilmente in età imperiale (II sec. a.C. – V sec. d.C.) nella vallata dello Jassa lungo la stessa consolare romana – la curtis e il castellum[92]. Ciò è ancora più verosimile se si considera che il fortilizio laurignanese sorse in un comprensorio che, prim’ancora che con la villa e la curtis medievale, registrò frequentazioni antropiche a partire da epoche protostoriche, come testimoniato dai reperti archeologici della località Profenna, e sperimentato forme di vita comunitaria profondamente influenzate dall’assiduo transito lungo la via Popilia di uomini, idee, culti, pratiche religiose, merci, eserciti e dall’insediamento lungo il Busento e lo Jassa dei monaci di ascendenza greco-bizantina, in un primo momento, di rito latino, dopo la conquista normanna.

Il villaggio fortificato era un’entità urbanistica, sociale ed economica che, in epoca normanno-sveva, modificò profondamente i connotati paesaggistici di Laurignano, in funzione di rinnovate dinamiche antropiche e insediative e di una nuova gestione e organizzazione del territorio. Il sistema del latifondo, che aveva caratterizzato il tardo impero, venne progressivamente cancellato a beneficio di forme di sfruttamento delle risorse naturali più sistematiche e puntuali. Dalle carte superstiti riferite al XVI secolo possiamo rilevare che i terreni estesi oltre il perimetro del borgo erano suddivisi in funzione della loro utilizzazione: a ridosso delle abitazioni si coltivavano orti e frutteti, al di là di questi le vigne e gli uliveti, nella fascia più ampia e distante le colture cerealicole.

Al periodo di dominazione normanna è dunque databile l’espansione della contrada laurignanese, la quale, unitamente a quelle di Serra e Pulsano, venne inserita sotto la giurisdizione della più vasta universitas e poi baiulationis Tessani[93], a sua volta sotto la giurisdizione della più ampia Universitas Casalium cosentina. Superata la contrazione demografica del XIV secolo e dopo una lenta ma costante crescita della popolazione nei secc. XV e XVI, agli inizi del Seicento il paese giunse sull’orlo del tracollo definitivo, causato da pressione tributaria, carestie e crisi epidemiche, calamità naturali che decimarono la popolazione fino a ridurla alla miseria di 61 “fuochi” (nuclei familiari) registrati[94].

In conclusione – Sulla base di quanto fin qui asserito, fatta salva la cautela che s'impone in questi casi, riteniamo di poter affermare quanto segue:

a) il primo nucleo urbano di Laurignano risale verosimilmente al periodo di espansione romana nel Bruzio, quando la costruzione della Popilia e la sopraggiunta necessità di doversi difendere da predoni e saccheggiatori di ogni risma spinse rustici e villani dei casolari sparsi nelle campagne a raggrupparsi in piccoli villaggi arroccati. Anche la localizzazione del sito, ben aerato ed esposto al sole, in posizione elevata rispetto al fondovalle malarico e paludoso, risultava idoneo per le attività agricole e pastorali. Il toponimo Laurignano, con il suffisso finale in –ano/-anum, è probabile che si tratti di un prediale risalente al periodo romano;

b) l'assenza di fonti probative solide non ci consente di affermare con certezza se e in quale epoca sia stato un centro fortificato, castrum latino,  kastron o kastellion bizantino. Né possiamo affermare con certezza se il termine oppidum, largamente utilizzato in Età Moderna, stesse a indicare un piccolo centro fortificato d'altura, come dimostrerebbero le frequenti attestazioni documentarie, alcune labili emergenze archeologiche, la localizzazione del sito e la tipologia dell'abitato e l'assetto topografico del territorio;

c) il silenzio delle fonti documentarie e la mancanza di altre testimonianze credibili (per esempio il typicòn[95] del cenobio bizantino intitolato forse a S. Basilio, nell'attuale zona di Granci, su cui ci soffermeremo tra poco), non ci consentono purtroppo di indagare sull'intreccio di rapporti tra monaci, autorità locali e plebi contadine operanti nel contado durante i secoli centrali del Medievo;

d) i repertori toponomastici ancora oggi presenti sul territorio e documentati sin dal Cinquecento rappresentano la testimonianza sicura di un processo antropico e di popolamento assai remoto;

e) a partire dal secolo XI, «la grande maggioranza degli abitati del Mezzogiorno [...] – scrive Salvatore Tramontana –, ad eccezione dei centri cittadini più importanti, sorgeva già [...] sulla sommità dei colli e sui crinali delle alture dove, da tempo, ma specie in coincidenza del modificarsi delle forme socio-economiche e di potere che avevano caratterizzato l'impero romano, erano stati respinti. Dove cioè, venuto meno un sistema produttivo e le relative opere di sostegno – strade, ponti, appoderamenti, argini di fiumi, canali di scolo, ecc. – le popolazioni avevano trovato riparo per sfuggire alle razzie straniere e alla malaria che infestavano pianure e fondovalli»[96]

Con l'arrivo dei Normanni e la conseguente costruzione del Casalicchio, della chiesa parrocchiale di S. Laverio con annesso il cimitero, la piccola borgata cominciò ad espandersi attorno a queste cellule fondamentali dello spazio urbano, connotandosi come centro rurale arroccato sotto l'ala protettrice del dominus locale. Da questo periodo in avanti, secondo il Guillou, si avvertì la necessità di fortificare i villaggi o di creare nuove strutture fortificate, idonee ad accogliere e proteggere i contadini locali. Il Casalicchio svolse probabilmente questa funzione, e le caratteristiche generali dell’habitat della Calabria normanna sono ancora oggi rintracciabili nel territorio di Laurignano[97];

f) nei secoli successivi, malgrado una crescente urbanizzazione verso altre zone del territorio, Laurignano rimase connotata come comunità di un minuscolo borgo, costantemente soggiogata dal potere baronale locale, detentore delle terre dominicali, dall’universitas, con le terre demaniali per gli usi civici e dalla ecclesia, la chiesa locale, attraverso i fondi della massa comune[98].

Queste “istituzioni”, conniventi o trasversali al potere locale o esterno, spesso tra loro in conflitto, molto più spesso si mostravano reciprocamente solidali nella difesa di interessi e privilegi di casta. Le ripercussioni più negative del loro agire comune, cioè «il perseguimento di una volontà immobilistica»[99], gravavano soprattutto sui ceti sociali meno abbienti, quella pletora di contadini perennemente sospesa tra precarietà esistenziale e dramma diuturno della sopravvivenza.

   


[1] A. De Monte, S. Laverio Martire. Sul nome e culto del santo patrono di Laurignano, Mottola 1988, p. 12.

[2] RVC, Vol. II, n. 9377.

[3] Pietro De Leo ha sottolineato l’assoluta mancanza di supporto documentario e la scarsa attendibilità delle tesi finora accreditate al riguardo (P. De Leo, A proposito dei Casali di Cosenza, in I mille anni dei Casali di Cosenza, a cura di “Quaderni Silani”, Spezzano Piccolo 1984, p. 72). Per il Guillou l’ubicazione dei villaggi nel contado calabrese è un fenomeno di geografia umana comune a tutta l’area collinare del Mediterraneo. Il discorso vale anche per i Casali cosentini situati tra i 400 e gli 800 metri s.l.m., cioè in una fascia altimetrica idonea per l’allevamento del bestiame e per l’insediamento di nuclei abitativi stabili. Al di sotto dei 400 metri, nelle zone paludose e acquitrinose, la malaria non favoriva la presenza umana; al di sopra degli 800 metri era invece il clima rigido a sconsigliarla. Lo studioso francese, in sintesi, più che alle scorribande dei predoni della Mezzaluna, attribuisce la nascita dei Casali alle acconce condizioni climatiche e ambientali della fascia collinare intorno al capoluogo (A. Guillou, Geografia amministrativa del katepanato bizantino d’Italia (IX-XI sec), in Calabria bizantina. Vita religiosa e strutture amministrative. Atti del primo e secondo incontro di Studi Bizantini, Gerace 1970 – Reggio Calabria 1972, Reggio Calabria 1974, p. 169). Augusto Placanica ha scritto che «(...) le popolazioni tesero a utilizzare al meglio le semplici vocazioni del territorio (...) Si pensi ai Casali di Cosenza disposti parallelamente al corso del Crati» (A. Placanica, Storia della Calabria dall’antichità ai giorni nostri, Roma 1999, pp. 112-113).

[4] G.P. Givigliano, Per una geocarta dei toponimi prediali romani. La provincia di Cosenza, in Toponomastica calabrese, a cura di J. Trumper, A. Mendicino, M. Maddalon, Roma 2000, p. 76.

[5] F. Russo, Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza, Napoli 1956, p. 29.

[6] A. Tucci, Studi e materiali di geografia storica della Calabria, Cosenza 1989, p. 80.

[7] P. Dalena, Ambiti territoriali, sistemi viari e strutture del potere nel Mezzogiorno medievale, Bari 2000, pp. 2-3; S. Napolitano, La storia assente. Territorio, comunità, poteri locali nella Calabria nord-occidentale (XV-XVIII secolo), Soveria Mannelli 1993, p. 12, ci rimanda a M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino 1969, pp. 55-58; L. Febvre, Problemi di metodo storico, Torino 1976, pp. 166-170; M. Del Treppo, Medioevo e Mezzogiorno: appunti per un bilancio storiografico, proposte per un’interpretazione, in G. Rossetti (a cura di ), Forme di potere e struttura sociale in Italia nel Medioevo, Bologna 1977, pp. 270 ss..

[8] G. P. Givigliano, Per una geocarta dei toponimi prediali…cit., p. 72.

[9] F. Burgarella, Dalle origini al medioevo, in Cosenza. Storia Cultura Economia, Soveria Mannelli 1991, p. 25.

[10] G. P. Givigliano, La Via Popillia. Antecedenti, aspetti, problemi, in La Via Popillia: una strada da ripercorrere, Atti del convegno di studi Scigliano-Morano Calabro 28-29 settembre 1996, Castrovillari 1998, p. 17.

[11] F. Burgarella, Dalle origini al medioevo…cit,  pp. 25-26.

[12] G. P. Givigliano, La Via Popillia…cit p. 18.

[13] Givigliano, Percorsi e strade, in Storia della Calabria antica. Età italica e Romana, a cura di S. Settis, Roma 1994, vol. II, p. 292.

[14] G. Camodeca, L’età romana, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, Napoli 1991, vol. II, p. 18.

[15] Givigliano, Per una geocarta dei toponimi...cit., p. 72.

[16] G. P. Givigliano, Calabria Romana. Cenni sulle fasi e sui caratteri della Romanizzazione nel territorio dei Bruttii, in Cosenza. Atti del secondo corso di storia popolare, a cura di L. Bilotto, S. Giovanni in Fiore 2000, p. 26.

[17] G. P. Givigliano, Percorsi e strade...cit., p. 307.

[18] E. Galli, Intorno ad un ponte romano sul fiume Savuto, in Arch. Stor. Sic. Or., III, 2, 1906, pp. 307-313.

[19] P. Dalena, Dagli Itinera ai Percorsi. Viaggiare nel Mezzogiorno medievale, Bari 2003, p. 94, ci segnala un’accurata bibliografia. Per brevità citiamo: (E. Kirsten, Viaggiatori e vie in epoca greca e romana, in Vie di Magna Grecia, Atti del secondo convegno di studi sulla Magna Grecia  (Taranto, 14-18 ottobre 1962), Napoli 1963; Givigliano, Percorsi e strade…cit., pp. 242-362; A. Taliano Grasso, Considerazioni topografiche sulla via Annia tra Muranum e Valentia, in Opere di assetto territoriale ed urbano [Atlante Tematico di Topografia Antica, 3, 1994], Roma, 1994, p. 7-33).

[20] F. Cantarelli, La via Regio-Capuam. Bilancio degli studi e prospettive per il futuro, in La via Popillia… cit., p. 28.

[21] Per quanto riguarda il territorio bruzio, Gian Piero Givigliano ci informa che il termine castellum compare in Giustino, il quale, a proposito di Cosenza, parla di un castellum tenuto da seicento mercenari Africani, inviati da Dionigi II di Siracusa. Questo «campo fortificato posto in luogo elevato», venne espugnato da cinquanta giovani Lucani ribelli (G. P. Givigliano, Documenti e note per una storia di Cosenza nell’antichità, in Rivista Storica Calabrese, anno VI, nn. 1-4, gennaio-dicembre 1985, p, 260 

[22] Per il significato di kastron e kastellion si veda G. Ravegnani, Kastron e Polis: ricerche sull’organizzazione territoriale nel VI secolo, in Miscellanea Agostino Pertusi, «Rivista di studi bizantini e slavi», II, Ravenna 1982, pp. 271-282

[23] ASCS, notaio Pantedi, anno 1583, sch. 302

[24] Vedi alla voce «oppido», Il vocabolario Treccani, II Edizione, 1997, vol. III, p. 711.

[25] Nel Lexicon totius latinitatis del Forcellini, Padova 1940, tomo III, p. 501, alla voce oppidum è riportato testualmente: «Stricto sensu oppidum est locus moenibus conclusus in quem homines multi habitandi causa conveniunt».

[26] Isidoro di Siviglia, Etymologiarum sive Originum libri XX, libro XV, pp. 2-13

[27] G. P. Givigliano, Documenti e note…cit., p, 261 

[28] A. Guillou, Città e campagna enll’Italia meridionale bizantina (VI-XI secolo). Dalle collettività rurali alla collettività urbana, «Habitat», pp. 27-40, citato in P. Dalena, Istituzioni religiose e quadri ambientali nel Mezzogiorno medievale, Cosenza 1997, p. 70.

[29] ASCS, notaio Plantedi, anno 1590, sch. 47v

[30] ASCS, Liber emortualium parochialem ecclesiam S.ti Oliverii Martyris (1715-1777). D'ora innanzi Liber emortualium

[31] Ibidem

[32] E. Forcellini, Lexicon totius latinitatis, tomo III, voce "pagus", Padova 1940, p. 544

[33] F. Mosino, Per la storia della voce Casale, in I mille anni dei Casali di Cosenza…cit., pp. 70-71.

[34] G. Flechia, Nomi locali del napoletano derivati da gentilizi italici, ristampa, Bologna 1984, p. 5.

[35] La citazione è ripresa da M. Iusi, Il prediale Gauranum, in  «Filologia antica e moderna», X (21), Soveria Mannelli 2001, p. 27.

[36] G. Flechia, Nomi locali del napoletano…cit., p. 32.

[37] G. B. Pellegrini, Panorama di toponomastica italiana, in Toponomastica calabrese…cit., p. 18.

[38] G. Alessio, Saggio di toponomastica calabrese, Firenze 1939, p. 214, n. 2134.

[39] E. Barillaro, Calabria. Guida artistica e archeologica (dizionario corografico), Cosenza 1972, p. 173.

[40] G. Rohlfs, Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, Ravenna 1974, p. 156.

[41] G. P. Givigliano, Per una geocarta dei toponimi…cit., p. 73.

[42] M. Iusi, Lappanum: un prediale romano, «Filologia antica e moderna», Soveria Mannelli 1999-2000, ci segnala gli studi condotti da M. T. Laporta, Note sui toponimi in –ano della “Calabria romana”, in La Puglia in età repubblicana, Atti del I° convegno di studi sulla Puglia romana, Mesagne 20-22 marzo 1986, Mesagne, Museo Archeologico Ugo Granafei, 1986.

[43] M. Iusi, Lappanum…cit., p. 10.

[44] G. B. Pellegrini, Panorama di toponomastica italiana…cit., pp. 18-19.

[45] G. P. Givigliano, Per una geocarta dei toponimi…cit., p. 80.

[46] Abbazia di Montevergine. Regesto delle pergamene, a cura di G. Mongelli, vol. II (1200-1249), Roma 1957, p. 217

[47] G. Galasso, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), in Storia d’Italia diretta da G. Galasso, vol. XV, Torino 1992, p. 801

[48] Sono annotazioni prese da G. P. Givigliano, Documenti e note…cit., p, 267 

[49] A. Scola, Le diocesi di Cosenza e Bisignano: strutturazione toponomastica tra grecità e latinità, in Toponomastica calabrese…cit., p. 165.

[50] ASCS, notaio Maugeri, anno 1591, sch. 22.

[51] A. Scarcello, Laurignano. Storia di un piccolo casale tra Medioevo ed Età Moderna, Cosenza 2003, p. 126

[52] ASCS, notaio Plantedi, anno 1592, sch. 39

[53] ASCS, notaio Plantedi, anno 1590, sch. 49

[54] Per i riferimenti bibliografici si rimanda a G. E. Rubino e M. A. Teti, Le città nella storia d’Italia. Cosenza, Bari 1997, p. 34, nota 43.

[55] ASCS, notaio Aiello (de), anno 1574, sch. 125

[56] A. Scola, Le diocesi di Cosenza e Bisignano …cit., p. 164.

[57] G. Rohlfs, Dizionario toponomastico…cit., p. 795.

[58] S. Napolitano, La storia assente...cit., p. 29, n. 5

[59] ASCS, notaio Maugeri, anno 1602, sch. 72

[60] La citazione è ripresa da A. Guillou, L'Italia bizantina dalla caduta di Ravenna all'arrivo dei Normanni, in Storia d'Italia, diretta da G. Galasso, vol. III, Torino 2002, pp. 54-55

[61] F. Gallo, Dipignano e i Dipignanesi. Venti secoli tra mito, storia e costume, Cosenza 1999, pp.75-76.

[62] Si veda A. Scarcello, Laurignano...cit., p. 115, 130-143.

[63] A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini, Città del Vaticano 1958, pp. 35-36.

[64] Ibidem, pp. 417-418.

[65] Documenti Florensi. Abbazia di S. Giovanni in Fiore (a cura di P. De Leo), in Codice Diplomatico della Calabria, Serie Prima, t. II, Soveria Mannelli 2001, pp. 96-97.

[66] Sulla vicenda del nome del santo patrono di Laurignano si veda il prezioso saggio di A. De Monte, S. Laverio Martire. Sul nome e culto del santo patrono di Laurignano, Mottola 1988, pp. 19-28.

[67] «Non si deve dimenticare che nello spirito dei fedeli lo spazio sacro della chiesa aveva il suo prolungamento naturale nel cimitero» (A. Vauchez, Reliquie santi e santuari, spazi sacri e vagabondaggio religioso nel Medioevo, in Storia dell'Italia religiosa. L'Antichità e il Medioevo, (a cura di A. Vauchez), Bari 1993, pp. 455-470)  

[68] P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du IXe siècle à la fin du XIIe siècle, 2 voll., Roma-Parigi 1973.

[69] R. Fossier, L'infanzia dell'Europa: economia e società dal X al XII sec., Bologna 1987, parte I: L'uomo e il suo spazio, p. 253.

[70] Per quanto riguarda l’incastellamento nel Mezzogiorno d’Italia rimangono fondamentali gli studi di J.M. Martin e di G. Noyé, in particolare: Guerre, fortifications et habitats an Italie meridionale du Ve au Xe siècle, in Castrum 3. Guerre, fortifications et habitat dans le monde méditerranéen au moyen-âge, Colloque de la Casa de Velàzquez et de l’Ecole Français de Rome, Madrid 24-27 novembre 1985, Madrid-Roma 1988; Id. Les campagnes de l’Italie meridionale byzantin (X-XI siècle), «Melanges de l’Ecole française de Rome», Roma 1989, 101/2, pp. 559-596

[71] S. Napolitano, La storia assente…cit., pp. 22-23.

[72] A. Pratesi, Carte latine...cit., pp. 35-36.

[73] Documenti Florensi. Abbazia di S. Giovanni in Fiore (a cura di P. De Leo), in Codice Diplomatico della Calabria, Serie Prima, t. II, Soveria Mannelli 2001, pp. 96-97.

[74] A. Pratesi, Carte latine…cit., pp. 417-418.

[75] G. Galasso, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), in Storia d’Italia diretta da G. Galasso, vol. XV, Torino, 1992, p. 799.

[76] S. Napolitano, La storia assente...cit., p. 23. Lo stesso autore ci segnala G. Noyé, Féodalité et habitat fortifié en Calabre dans la deuxième moitié du XIe siècle et le premier tiers du XIIe siècle, in Structures féodale et féodalisme dans l’Occident méditerranéen (Xe-XIIe siècles). Bilan et perspectives de recherches, Colloque international organisé par le Centre national de recherche scientifique et l’École française de Rome, Roma 10-13 settembre 1978, Roma 1980, pp. 607-628; A. Settia, Castelli, popolamento e guerra, in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età contemporanea, a cura di N. Tranfaglia e M. Firpo, I, Il Medioevo, 1, I quadri generali, Torino 1992, pp. 117-143; J.-M. Martin, Modalités de l’”incastellamento” et typologie castrale en Italie méridionale  (Xe-XIIe siècles), in Castelli. Storia e archeologia (a cura di R. Comba e A. A. Settia), in Atti del Convegno di Cuneo del 6-8- dicembre 1981, Torino 1984, pp. 89-104; S. Lucà, I Normanni e la ‘rinascita’ del secolo XII, in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, LX (1993), pp. 7-91.

[77] P. Dalena, Ambiti territoriali...cit., p. 137.

[78] U. Tucci, Credenze geografiche e cartografiche, in Storia d’Italia, Vol. V, Torino 1973, p. 64.

[79] S. Napolitano, La storia assente…cit., p. 17.

[80] G. Pardi, I Registri Angioini e la popolazione calabrese del 1276, in ASPN, VII, 1921, p. 37

[81] R. Liberti, Il culto della Madonna della Catena nell'Italia meridionale, Cosenza 1996, p. 10.

[82] S. Napolitano, La storia assente…cit., p. 17.

[83] ASCS, notaio Zazzo, anno 1572, sch. 472v.

[84] A. Barbero – C. Frugoni, Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini, Bologna 1999, p. 133.

[85] F. Martorano, La fortezza bizantina di S. Niceto, in  Calabria Bizantina. Testimonianze d’arte e strutture di territori, VIII Incontro di Studi Bizantini, Reggio Calabria-Vibo Valentia-Tropea 17-19 maggio 1985, Soveria Mannelli 1991, p. 315, n. 14

[86] ASCS, notaio Di Macchia, anno 1536, sch. 249.

[87] ASCS, notaio Plantedi, anno 1590, sch. 146.

[88] Ibidem, anno 1582, sch. 429v.

[89] P. Dalena, Ambiti territoriali...cit., p. 26

[90] A. Scarcello, Laurignano…cit., pp. 107-127.

[91] Ibidem, p. 26.

[92] S. Napolitano, La storia assente…cit., p. 16.

[93] O. Dito, La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Bologna 1989, p. 127.

[94] Sull’andamento demografico di Laurignano (secc. XIII-XVIII) si veda A. Scarcello, Laurignano…cit., pp. 51-57.

[95] Il typicòn era il  libro che conteneva l’atto di fondazione del monastero, l’elenco dei suoi beni, le regole liturgiche e disciplinari per ogni giorno.

[96] S. Tramontana, La monarchia normanna e sveva, in Storia d'Italia diretta da G. Galasso, vol. III, Torino 2002, p. 452

[97] A. Guillou, Città e campagna nell’Italia meridionale bizantina (VI-XI sec.), in Habitat-Strutture-Territorio (Atti terzo convegno internazionale di Studio sulla Civiltà rupestre medievale nel Mezzogiorno d’Italia, Taranto-Grottaglie 24-27 settembre 1975), Galatina 1978, pp. 34-36

[98] S. Napolitano, La storia assente…cit., p. 27.

[99] Ibidem, p. 27.